Page 218 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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La distruzione delle speranze 169
e il mito storicistico della guerra creatrice di valori. La guerra non crea nulla. Vi si ritro-
va ciò che vi si è messo dentro.
La guerra è un fatto come tanti altri in questo mondo; è enorme, ma è solo quello;
accanto agli altri che sono stati, e che saranno: non vi aggiunge, non vi toglie nulla.
Non cambia nulla assolutamente nel mondo. Neanche la letteratura .
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Si ha la parvenza di mutazioni, d’innovazioni, specialmente nel piccolo mondo let-
terario. In sostanza, tutto rimane statico e immoto.
Sempre lo stesso ritornello: la guerra non cambia niente. Non migliora, non redi-
me, non cancella; per sé sola. Non fa miracoli. Non paga i debiti, non lava i peccati.
In questo mondo che non conosce più la grazia.
Il cuore dura fatica ad ammetterlo. Vorremmo che quelli che hanno faticato, sof-
ferto, resistito per una causa che è sempre santa quando fa soffrire, uscissero dalla
prova come quasi da un lavacro: più puri, tutti.
E quelli che muoiono, almeno quelli, che fossero ingranditi, santificati; senza
macchia e senza colpa.
E poi no. Né il sacrifizio né la morte aggiungono niente a una vita, a un’opera,
a un’eredità. Il lavoro che uno ha compiuto resta quello che è. Mancheremmo al
rispetto che è dovuto all’uomo e alla sua opera, se portassimo nel valutarla qualche
criterio estraneo, qualche voto di simpatia, o piuttosto di pietà .
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La forza morale e la virtù presente non hanno rapporto diretto con quel che c’era
di mediocre e povero e approssimativo in certi tentativi letterari. La guerra ha rivela-
to dei soldati, non degli scrittori.
Essa non cambia i valori artistici e non li crea: non cambia nulla nell’universo
morale. E anche nell’ordine delle cose materiali, anche nel campo della sua azione
diretta… .
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Il giudizio è esagerato, ché la morte affrontata e il sacrifizio non esorbitano dalla vita,
sono azioni che modificano la situazione statica. Indubbiamente non avranno efficacia
su di un’opera artistica, che rimarrà quella che è, ma modificheranno l’equilibrio morale
del mondo, anche se questa modificazione non sarà merito dell’astratta «guerra», ma
degli spiriti in essa operanti.
Il Serra pare inclinare ad una conclusione apatica: che si possa continuare a fare il
letterato di fronte alla guerra. E fa svanire la guerra nell’infinito della storia con un pro-
cedimento che ricorda le consolationes stoiche: le quali annegano il dolore e la tragedia
dell’effimero nello sterminato corso del mondo: una visione naturalistica:
Che cosa è che cambierà su questa terra stanca, dopo che avrà bevuto il sangue
di tanta strage; quando i morti e i feriti, i torturati e gli abbandonati dormiranno
insieme sotto le zolle, e l’erba sarà tenera, lucida nuova, piena di silenzio e di lusso al
sole della primavera che è sempre la stessa?…
E la vita continua attaccata a queste macerie, incisa in questi solchi, appiattata fra
queste rughe, indistruttibile. Non si vedono gli uomini e non si sente il loro formicolare:

