Page 216 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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La distruzione delle speranze 167
quindi la mia gioia. Gli altri mi danno noia e stizza. Vorrei esser sempre solo. Perché?
Eppure amo tutte le cose attorno a me: ma quando attorno a me danzano silenziose,
a me lasciando l’arbitrio del loro ritmo .
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(13 febbraio ’16, ai suoi). Credete! La vita dell’ufficiale è un po’arida spiritual-
mente. A me spesse volte accade di invidiare i soldati che se ne stanno le lunghe ore
tranquilli a contemplare il cielo e la terra, maestosamente. E vivono la loro vita interna,
ascoltando se stessi, compresi di se stessi, null’altro che della loro grande persona…
Noi no! Noi dobbiamo vigilare, tutto osservare, a tutto badare. Spesso manifestare
severità e rigidezza che in realtà non abbiamo. E di fronte all’incubo delle cose ester-
ne, e allo sforzo dell’interiore volontà, davanti al senso della grande responsabilità, si
fanno aride le fonti della vita interiore .
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Ma saggiava la propria coscienza, per sentirsi in regola. L’avvenirismo s’andava tra-
sformando in un imperativo. Imperativo piuttosto profetico, di un Dio al suo messo,
che veramente etico, perché non definito nel suo ideale.
Chi mi trascina fatalmente, per questo sentiero continuo e diritto, ch’io stesso
ignoro ove alla fine conduca? Giungerò io pure ad un termine destinato. Non so se
per altri; per me certamente sereno.
Sento di poter sorridere anche dinanzi alle più temute circostanze.
La gioia del dovere compiuto .
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L’equilibrio non poteva essere retto che dall’azione continua.
Io non vedo che l’operare. L’operare audace, sprezzante dei pericoli.
Con intelligenza ed audacia egualmente distribuite.
Perché ho vent’anni.
Perché ho un corpo forte e sano.
Perché ho una madre animosa.
Mai sì completi doni convennero in alcuno a comandare che si operasse .
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S’esaltava nell’aspra guerra alpina, in ritmi poetici del tipo di quello dello Jahier, e
rimeditava sulla conclusione del Faust: «Quegli che sempre operò tendendo al suo fine
noi possiamo salvarlo». L’ultima cartolina ai suoi insisteva su di una sua enigmatica
serenità: «Io sto bene».
In un atteggiamento simile a quello del Marconi ci si presenta Renato Serra .
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Anch’egli ha desiderio di guerra al di là da ogni motivazione etica o politica, per una
quasi mistica vocazione. Ma non ha i furori politici e l’attesa palingenesiaca del Mar-
coni. Parla basso, quasi sussurrando, a rivelare la sete d’un’esperienza nuova. Era un
giovane critico assai promettente. Venuto su dall’ultima scuola del Carducci, ne aveva
riportato uno squisito gusto umanistico dell’arte e della poesia. Si era poi addentrato

