Page 277 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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228   Momenti della vita di guerra

             innalzata alla sommità della coscienza, la quale ci profondava in una gioia che faceva
             di ciascuno di noi un compiuto mondo. Eravamo un frammento della patria, e l’Ita-
             lia era un ramo splendido di tutta la grande patria umana.
               I limiti che l’anima guardava erano gli orizzonti del mondo. Sentivamo di essere
             sull’orlo titanico in cui un vecchio mondo crolla con un doloroso rombo, e un nuovo
             giovane mondo trema nell’aurora del domani. Il nostro sacrificio poteva attingere la
             gioia somma; e come il dolore, le sofferenze componevano in noi quasi un’essenza
             nuova e in quel lavacro ci sentivamo più puri, luminosamente rinati; così in tutti i
             rami umani, sotto tutti i cieli, sopra tutte le terre travagliate dall’uragano, ove ancor
             fumavano le ruine delle città arse e nereggiava un orrore di croci, dove un giorno era
             la verde pace delle campagne, per tutto traluceva come la natività d’una luce sovra-
             na. Dal dolore scaturiva un’umanità più profonda, che doveva incamminarsi per i
             sentieri men tristi e pareva che nella materia sorda della vita penetrasse una più vasta
             potenza spirituale, che illuminava, rinnovava, riparava, mostrava gl’ideali, che sono
             le vie eterne dell’uomo nel travaglioso moto dei mondi.
               Dal cumulo di sanguinose ruine flagellate dall’uragano il secolo che saliva tralu-
             ceva, per la soglia della pace, piú luminoso, piú alto, carico di splendide promesse,
             ringiovanito albero di speranze, masso enorme che splendeva sulle tacite vie del
             tempo .
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             L’anima era perciò risorta, e con un anelito di poesia. E la poesia era vita anche se
          si protendeva verso una quiete dove il dolore s’addormisse, verso una pace impietrata
          come la morte.
             Il cieco la sognava nel candore della luna ormai muta ai suoi occhi, e forse mai inno
          più commosso si levò verso il pianeta silente:

               O luna, pianeta felice, alba che rischiari questa tormentosa terra, ove geme
             perennemente il dolore, e piange la morte, tu sei la plaga beata che il mio cuore
             sogna. Non ombra, non traccia di pianto. In eterno silenzio giacciono le tue nude
             montagne di pietra, i tuoi vuoti canali, i mari pietrificati, immota pallida roccia
             senza tormento, paesaggio di fredda luce, ove niun uomo sorride al sole e poi si
             piega piangendo entro una tomba. Sfera di pace, calmo tranquillo mondo, pu-
             rissima luce, argentea dolcezza che tra le stelle va senza dolore, t’invidii la terra
             dolorante, la vita che sanguina in questa bassura di pianto. Come te si pietrifichi
             l’universo che soffre, e si spengano in tutte le sfere i neri lamenti, si cancelli la vita,
             sepolta sia nella pallidità, nella roccia raggiante e nell’eterno silenzio. E pietra,
             luce, silenzio vadano con il loro infaticabile moto negli spazi sereni, negli aerei
             mari dell’infinito. E questo innumerevole riso d’astri si tramuti in morti mondi
             che albeggino nella serenità eterna. E vada così solo, senza vita, questo pietroso
             freddo universo, errando nei cieli verso l’ignoto destino.
               La notte era profonda senza una voce. In fondo alla nera voragine il giardino dor-
             miva, senza un alito, sognando le lune serene d’aprile. Ma nell’altissimo silenzio udii
             come un pianto di foglie, giù come un gemito nel sonno, udii il lamento del vento
             tra piante salire, diffondersi, svanire nell’aria, nel nulla, come il mio pianto, come il
             sospiro della mia povera vita, sotto le stelle eterne .
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