Page 272 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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La guerra sofferta 223
senso ed un valore. E vi riuscì quando trasformò il suo dolore in poesia, quando nella
tenebra informe in cui era piombato s’affollarono le immagini della fantasia, quando lo
sforzo dell’animo a vincere il dolore si trasfigurò in onda lirica.
Prima di sparire dalla vita rievocò la tragedia sua, nelle sue tetre stazioni, nel faticoso
moto, che par quasi stasi, verso una nuova vita, a traverso un continuo succedersi di
conati di ribellione al destino e di disperate cadute: con sincerità convulsa, con una
potenza incisiva d’espressione in cui bruciano l’inesperienza e l’ingenuità dello scrittore
poco più che ventenne. V’è un’adeguazione completa fra il dramma della sua vita mora-
le e la tensione lirica della sua poesia. La sua sciagura, la sua spaventosa morte al mondo
della luce, deve elevarsi a nuova vita, e in se stessa purificarsi, deve diventare nuova luce.
È il miracolo che invoca con le sue prime parole:
Oh che un raggio di sacra luce mi penetri, discenda in me come un flutto di vita,
mi dia potenza d’innalzare sopra questa morte la mia vita, di rapire alla mia armonia
le note d’un poema che viva oltre la vanità della mia polvere, ombra d’un sogno .
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Ribalena alla sua memoria l’ultima luce, in un livido spettrale paesaggio di guerra:
Piombò in me una notte di tomba il 2 novembre, il giorno dei morti. Come se
qualcosa di me fosse morto, io vedo sempre sul limite della mia vita nuova sorgere
un sasso e una croce.
Sotto un cielo piovorno, s’innalza il colle d’Oslavia, la scalinata fangosa, chiusa tra
il Peuma gialleggiante e rosseggiante di selve autunnali e il Sabotino enorme, nudo,
grigio, sassoso, tinto in basso dall’autunno.
Sono sulla vetta espugnata, dove nel grigiore del fango stagna livida l’acqua piova-
na. Davanti a me monta un costone irto di viti morte, come d’un nero ossame, e tra
l’aridità funerea di quelle piante è il vivo muoversi dei miei fanti che sparano contro
il colle opposto. A lato di quel costone che è ripa a una strada, si leva una fontana
di pietra, che pare velare di pia ombra un morto crocifisso nel fango, una croce
umana che mostra una faccia bianca di cielo. E da quelle pietre sacre lungo tutta la
strada fangosa, fino alle rovine del paese, che solleva ancora nell’aria il suo campanile
mozzo, nereggiano altri cadaveri, tutti austriaci, simili a gruppi cenciosi, che sangue
e fango hanno lordati, da cui esce una pallida mano, o una pallida faccia, con occhi
invetrati sotto un livido lume di nuvole. E ve n’è uno che giace col cranio spaccato
dal ferro, e nella palude di sangue sgorgata par bere atrocemente. E altri vi sono, col
dorso al cielo, come se morendo avessero baciata la sacra terra.
Questa l’ultima terra ch’io ho veduto, questo l’ultimo cielo, queste le ultime visioni che
porto nel cuore. Poi è una muraglia buia che mi cancella il mondo, una notte di tomba che
in me s’eterna. Oh, cuore, non spezzarti, oblia nel solco che hai scavato sanguinando dentro
l’orrido mondo, non piangere vanamente sopra una sorte conchiusa, torna a pacificarti
nelle tenebre, come se la natura non ti avesse fatto per il sole, ma per il buio eterno .
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Salvato dal nemico che l’aveva accecato, egli cominciò il suo doloroso pellegrinaggio
per gelidi ospedali di guerra, a Gorizia, a Lubiana, a Mauthausen, a Lint. Ma ormai

