Page 268 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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La guerra sofferta  219

                 A vivere tranquillamente, basta il non rimestar nulla: crediamo, dunque, in tutto
               quel che gli altri credono e non avremo almeno la noia di sentirci dar del matto e
               dello stravagante, che pare una delle più gravi ingiurie che si possano fare a un uomo
               di penna. Che importa a te che esista o no, o che gli altri ci credano, un tribunale
               supremo per i delitti dell’umanità, o che esista la Giustizia e la Legge, l’arte e il pa-
               esaggio? Vi sono dei momenti, in cui anche la loro discutibile esistenza non mi da-
               rebbe alcuna noia: tanto meno noia mi dovrebbe dare il pensiero che v’è chi ci crede.
                 Contentiamoci, Tell, di guardare ogni tanto entro noi stessi. Per quanto vermi
               sulla nostra terra, la nostra anima, cioè, il nostro pensiero, è sempre il più largo e
               inesplorato campo d’indagini che appassionato ricercatore possa sperare. È una flora
               fantasticamente ricca di piante e di fiori, quali mai erborista famoso potrà riuscire
               a catalogare e numerare… Alle volte io sento in me queste oscure profondità, al cui
               fondo il mio pensiero, che è un modesto palombaro, non arriverà mai per strappare
               il ramo di corallo rosso come il sangue. E più sono muto e vuoto, più sento allonta-
               narsi il fondo di questa voragine, e cerco e non trovo e mi fermo a guardare l’orlo con
               aria stupida e distratta, brancolando nel buio per ritrovare me stesso che sento quasi
               smarrito. E non so pensare a nulla, e far nulla, e rinnego tutto, perché non riesco a
               vedere laggiù una luce che mi guidi nell’oscurità.

                 Allora esco fuori, sotto il cielo azzurro pieno di sole, e perché vedo le montagne, i
               fiumi, le case, gli alberi, m’illudo, povero cieco, di vedere veramente .
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                 Le mie idee mi sembrano quelle pietre dolci con le quali invano il muratore cerca
               di costruire una bella casa. Egli vi picchia su col martello per dar loro forma voluta,
               e quelle si spaccano e si sgretolano e non riescono mai a trovar posto nella fabbrica
               se non per turar buchi: di quelle pietre isolate di cui si fanno le case povere e non i
               palazzi, i muri a secco, ma non gli architravi .
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               Ancora parlano a lui fantasie di vita lontana: se non la speranza, il desiderio di
            momenti di felicità e il ricordo di fatti passati suscitano un palpito di commozione nel
            deluso, ed egli vi si indugia disegnando e colorendo qualche quadretto d’interno in istile
            primo novecento.
                 Vorrei essere in un bel salotto, caldo e profumato, vorrei essere ben vestito, lavato,
               pettinato, sprofondato in una soffice poltrona, fumando delle ottime sigarette, e sen-
               tire, nella penombra “calda e tentatrice”, suonare il piano da una donna che amassi e
               che m’amasse e venisse a baciarmi piano piano senza dirmi una parola. Io ne vedrei
               sotto il collo lungo e bianco il solco dell’attacco delle spalle tra le trine piene d’om-
               bre, ne vedrei i capelli castagni corruscar sotto la luce delle candele e il rosa pallido
               della trasparenza dell’orecchio.
                 Ne seguirei senza stancarmi il ritmo delle braccia e gli impercettibili movimenti
               del corpo teso nello sforzo intenso della sinfonia, sentirei dentro me come una ca-
               denza molle, come un fruscio di carezze lontane. E, nello stesso tempo, vorrei sentir-
               mi libero di stare e di andare, di amare e non amare, di far la luce o l’oscurità, vorrei
               poter, senza cenno – ma col solo pensiero – interrompere la musica, farla cambiare,
               farla più piena e più forte.
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