Page 271 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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222   Momenti della vita di guerra

             una nuvola – sotto il lieve palpitante mantello del primo cenerognolo pulviscolo,
             che a poco a poco farà diventare gelo tanto calore. Seguo i lievi ondeggiamenti, quasi
             timidi tentativi, che fa la fiamma sui nodosi rami della rovere secca, i suoi progressi
             serpentini, la sua vittoria distruggitrice.
               Guardo le lingue della fiamma, non rossa, ma bionda come oro vecchio, più sen-
             sibile al vento che tele di ragno sulle siepi, indocili, capricciose più che le spighe di
             grano maturo; vedo il sottile fumo azzurrognolo salire oltre la fiamma, perdersi gra-
             datamente per l’oscura cappa, svanire nel torbido cielo spazzato dalla furiosa ventata
             della borea, che fuori fischia infuriando sulle aggelate campagne .
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             Poi irride a se stesso. Gli pare che anche nel suo pessimismo filosofato col cane sia
          una nota non sincera.
               Sincerità, amara parola, fin nel suono tagliente e ironica come una staffilata!
             Quando sarà mai che noi riusciremo ad afferrarti? E, una volta in nostra mano, resi-
             steremo alla tentazione di lasciarti scappare di nuovo? .
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             Anche lui è un déraciné della guerra, anche lui ha un terrore: quello della nostalgia,
          del passato irrevocabile; prova un desiderio unico: salvarsi dallo spasimo dei ricordi.

               Ma non ricordiamo.
               In quale, sia pur lontanissimo paese, è la fontana dell’acqua che fa tutto dimen-
             ticare?
               Io impreco, Tell, e maledico contro colui che per primo disse: «ieri». Impreco e
             maledico contro colui che per primo, non contento dell’oggi, si sforzò di ricordarsi
             di ciò che egli era un’ora prima. E lancio il mio iroso anatema contro colui che per
             primo chiese: «Ricordi?» .
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             Il valoroso ufficiale che aveva chiesto il posto di maggior rischio, morì nella battaglia del
          giugno 1918 non credendo «più a niente, neppure a se stesso» . Non fu lui solo a subire
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          questa fascinazione gorgonica. Qualcosa di simile, in maggiore o minor grado, visse tutta la
          sua generazione, che nell’urto e nel logorio della guerra vide rovinare fedi, credenze, istitu-
          zioni, per la cui salvezza aveva offerto la vita; la generazione che ora, non ostante, o, meglio,
          a traverso l’attivismo con cui cerca di dissimulare il suo vuoto, l’indifferentismo, con cui
          cerca d’acconciarsi fra le rovine, come il battaglione fra i ruderi d’un paese distrutto, deve
          discendere nel profondo per ravvivare e speranze e fedi e ritrovare gli orientamenti e le forze:
          la generazione che anela alle sorgive della intimità religiosa e della sincerità.


             Il vertice dello strazio negli scritti postumi di Napoleone Battaglia . A vent’anni,
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          sul colle d’Oslavia, il 2 novembre 1915, Napoleone Battaglia perdette la vista per la
          mitraglia nemica. Caduto prigioniero, visse la sua spaventosa tragedia lontano da ogni
          conforto di persona amica. Oppresso da una sciagura peggiore della morte, lottò di-
          speratamente in se stesso per ritrovare la forza di vivere, per ridare alla vita mutilata un
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