Page 275 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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226 Momenti della vita di guerra
luce. Era piena d’un dolore che le aveva spento in un pallore mortale il volto, e gli
occhi erano stanchi quasi di vita, e le labbra gelide, violacee, e le mani fredde come
di morte, e la voce fragile, che pareva morirle in bocca. Tutto un autunno la oscurava
infragilendola, e come l’albero d’ottobre si nuda in tutti i suoi rami di foglie che
tornano alla terra, così ella pareva rendere ogni giorno un brano di vita alla morte .
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Le due visioni calano quindi e si riassorbono nella vita interiore e nel travaglio del
poeta.
E dinanzi alla monaca chiusa nel suo dolore, io sentivo un oscuro conforto
che risollevava come dal pianto il mio cuore. Essa sola si curvava tacendo sulle
mie tenebre e non era la leggerezza d’un’anima gaudiosa che non avesse sguardo,
ma la profondità d’un cuore colmo d’ombra, d’un cuore che soffriva e aveva pietà
per tutto ciò che pativa, per tutto ciò che viveva. Vivere era soffrire. Conosceva
questa triste legge, questo amaro pianto, ed ella pareva essere penetrata nella vita.
Potevo guardare al futuro senza una terribile angoscia, poiché s’era segnato ch’io
dovessi salirlo carico di notte, dal tumulto della indifferenza e della menzogna e
degli umani inganni sarebbero usciti i sofferenti, i pensosi, i forti e i purificati dal
dolore, coloro che sanno vivere e morire innalzandosi come a una vetta, e m’avreb-
bero guidato, con i loro stanchi occhi, con le loro pallide mani, temperando il mio
duro destino .
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La gentilezza di sentire del poeta si diffonde nelle cose e ripiove su lui un senso di
partecipazione, di comunione che lascia posare la sua anima stanca. La delicatezza sua
si fonde nel raggio di sole che, dopo il triste inverno, cala su lui nell’ospedale di Linz.
Un giorno, io ero presso il letto e ascoltavo le armonie che i pensieri creavano den-
tro di me. D’un tratto sentii sulla guancia un tepore lieve, quasi aereo, come un bacio
di luce. Era il sole. Era il primo sole che sentivo da che la notte eterna era entrata
in me. Mi parve che dall’infinito avesse cercato la piccola finestra, avesse gettato un
raggio pio a traverso i vetri, e mi baciasse la guancia pallida, gli occhi spenti, il cuore
morto, e sotto quel bacio, abbassai la fronte tremando .
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A questo senso di misteriosa comunione s’ispirano le note più belle del libro: come
la fantasia musicale dell’albero.
Ecco, colora il buio l’immagine d’un santuario di pietra, in vetta a una montagna
serena. Davanti la porta antica, sopra un prato, giganteggia un vecchissimo olmo,
simile a un monumento, che leva l’ancor verde mole nell’azzurra aria. Intorno all’e-
norme tronco mani pie, come a coprire radici nude allo sguardo del cielo, hanno
ammontata la terra, e cerchiatala di pietre. Pare un baleno di quella poesia d’amore
che moveva i Cinesi ad affaticarsi intorno a un decrepito albero ruinante, ad appun-
tellarlo coi tronchi, a consumare ogni opera perché quell’essere arboreo ancor non
morisse, perché profondasse ancora, o all’ultimo alito, i suoi rami vivi nella serenità
del cielo. Ed ecco, in una sorta di venerazione che m’inchina l’anima, io salgo quella
terra, allargo sul tronco le mie braccia, poggio la guancia contro quella scorza rugosa
di vecchio, mormoro: «Fratello». E ascolto come se volessi udire dentro quelle invec-

