Page 278 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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La guerra sofferta  229


                Alla luna tornava a rivolgere la sua invocazione nell’anniversario della sua sventura.
                  O gelida luna, che guardi dal cielo di novembre, nella notte dei morti, sento il
               tuo gelo in me, sento ogni fibra inaridita come la tua pietra. Ma ho un cuore vivo e
               getta sangue e soffre infinitamente. O tacita luna, che vai sopra il dolore della terra,
               si faccia nel cuore la tua pace e nell’anima mia il tuo eterno silenzio .
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               Così la nobile anima del cieco d’Oslavia trionfava dell’atroce destino, e la ricostru-
            zione della sua vita era edificio di poesia e religione dello spirito.
               E ripensando all’indifferenza e all’oblio di cui questo documento d’umana gentilezza
            e di viva poesia è stato ravvolto, vien da domandarsi se dentro di noi non sia qualcosa
            che ci renda ciechi e sordi a ciò che di veramente grande e bello ha prodotto la guerra;
            a quei valori spirituali di cui i troppo facili profeti promettevano copiosa messe su dai
            solchi delle trincee, e a cui s’è fatto troppo facile rinunzia. Ciò dipende da un errore del
            tutto simmetrico e quello che c’illuse all’entrare in guerra. Allora si sognava la guerra
            sonante, la guerra tutto slancio ed impeto; e anche alla morte si era pronti, ma alla mor-
            te alla luce del cielo, all’ombra delle bandiere sventolanti. La guerra rifiutò lo slancio,
            e provò i cuori nella trincea lutulenta, nelle oscure agonie dei bombardamenti infiniti,
            nella visione di strazi orrendi, nelle stasi dove l’anima pareva morir di tisi, nella soffe-
            renza che invece di esaltare avviliva. Chiese più sorde e temprate virtù: l’abnegazione
            oscura, il compimento austero del dovere anche là dove il rilievo personale scompariva
            nell’immensità della massa e l’uomo diveniva un numero; la pertinacia superiore ad
            ogni delusione, la fede che colmasse i difetti di chi disperava. E queste virtù furono
            negli animi che, come volontà attiva e direttiva, innervarono e permearono l’immensa
            mole dell’esercito.
               Ora avviene quel che è avvenuto in passato: si prova difficoltà, anche da parte dei
            superstiti, a coglier la vera fisionomia della guerra; si sente uno strano bisogno di de-
            corarla di motivi eroico-epici d’altra tradizione, facendo torto a ciò che moralmente la
            guerra ha significato.
               Ogni pompa sonante, marziale, fa torto al cupo atroce travaglio degli animi di chi
            combatteva, all’aspetto non professionalmente militare, ma civico («borghese» si dice
            correntemente con termine inesatto e ambiguo) della guerra, così come i paludamenti
            classici alla Bruto facevano torto alla sonante epopea delle guerre della Rivoluzione.
               E perciò non si scorge la vera grandezza della guerra su questo sfondo più grigio e più
            tetro: d’una guerra senza canti, faticosa, dolorosa; in cui chi combatte ad ogni istante deve
            superare e trasformare se stesso; in cui lo slancio non viene da tecnica formazione militare,
            ma ha radici più profonde, nelle anime migliori in un altissimo senso del dovere scevro
            di lusinghe: in cui il dolore e la sventura vengono virilmente superati, ma senza che un
            falso stoicismo o un ottimismo fatuo interdicano di sentire umanamente l’amarezza delle
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