Page 273 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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224 Momenti della vita di guerra
gli avvenimenti estrinseci han poco significato lui, o son solo il punto di partenza per
la meditazione interiore della sua sventura. Anche la guerra svanisce lontano - solo in
pochi punti riappare o come ricordo, o come orgoglio italiano della sua sventura: fugace
è anche il ricordo della famiglia. Egli è serrato e dominato tutto dall’orrore spaventoso
delle tenebre; dal disperato problema di se stesso chiuso in un incubo di tomba, dalla
volontà di salvarsi dal destino atroce.
La sofferenza mi chiudeva in me lacrimosamente, ed io mi rannicchiavo nelle
tenebre, nella solitudine, come la bestia ferita, che cerca la notte più fonda della sua
tana. Ma non trovavo pace che nel sonno. E sempre gli occhi si risvegliavano pronti
alla luce. E sempre quel tonfo di tenebre nel cuore, quel sentirmi mancar per un
attimo la vita .
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La speranza d’una guarigione impossibile lo sorregge nel primo spaurimento dell’o-
scurità, ma per maturare in più lenta e penosa crisi la coscienza della sventura irreparabile.
Intanto nelle tenebre crollano per lui tutte le forme sensibili, l’oscurità è deforme, è
l’informe che fa smarrire il senso dell’essere e genera l’incubo orrendo.
Piombavo in un sonno popolato da sogni orrendi. Pareva che la guerra m’avesse
avvelenato il sangue. Il mio sangue intorbidito dalla sensazione perenne della mor-
te, dell’orrore, aveva versato nell’azzurro della fantasia un turbinio di cupi colori,
un’onda di rosso violento, un ribrezzo, un gelo di lame, fantasmi feroci e mortali.
Una nuova impura sostanza mi s’era dentro formata che balzava nel sonno e creava
un essere bieco e cupo, avido di sangue e di morte. Richiamavo le creature più care,
le guatavo orrendamente, le trafiggevo a morte, le laceravo a brano a brano. E parevo
ebbro di quel sangue che mi lordava le mani, che mi macchiava le vesti, che vedevo
piovere dal cielo, gocciolare dagli alberi, rosseggiare come un mare sulla terra .
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E anche quando l’incubo si queta, una straordinaria potenza di fantasia gli fa sentire
spietatamente come la luce sia linguaggio, come il suo venir meno sia segregazione, un
divenire straniero «fra gli uomini sulla terra del sole». Sente la tenebra come cupa mo-
nade, edifizio infinitamente vasto, paurosamente deserto.
Spentosi il chiaro mondo, ero entrato in una nuova vita senz’alba, senza stelle, co-
stituita da una notte uguale eterna, popolata non più da creature reali, ma da fantasmi
pallidi e taciti. Quella solitudine alta e nera non l’avevo sognata mai. In quel mondo te-
tro, io solo, materia sensibile, esistevo. Lo spazio infinito, carico di tenebre, era nel mio
intero dominio. Altri ciechi erravano per la lacrimosa valle, ma ognuno perduto entro
un mondo suo. Le nuove immensità eran tutte d’una sola disperata immagine, ma di-
verse e remote come le une alle altre sconosciute. Ognuno era dall’altro infinitamente
lontano. Giganteggiava solitario entro le sue tenebre senza fondo. Non v’era festa d’au-
rora, non malinconia di tramonto, non ebbrezza tacita di stelle, non fioriture luminose
di primavera, non colori d’autunno. Il sole possente, la luna dolce s’eran spenti in quel
mare di tenebre. Non più ardeva nel futuro la speranza dell’anima. Le tenebre fredde
della morte s’eran rovesciate dentro la vita senza ucciderla. Il cuore ne portava il gelido

