Page 269 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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220 Momenti della vita di guerra
Vorrei poter chiudere gli occhi e sognare, sognare ad occhi aperti, seguendo il
fumo della sigaretta, un bel sogno dolce e fantastico, che mi portasse lontano, uno
di quei sogni, dal quale si desidera non più svegliarsi. Anzi vorrei che la realtà mi
sembrasse sogno, almeno per una sera. Almeno per una sera vorrei essere felice di
questa felicità non chiassosa ed esteriore, ma intima e tranquilla, per una sera sen-
tirmi soddisfatto di me, sicuro di me, contento della mia esistenza, a costo anche di
dover pagare tanto godimento con l’eterna amarezza di un eterno rimpianto .
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Care immagini lontane, cari visi e nomi dolci o strani: una folla di ricordi, di ore
gaie, di anni passati, di luoghi lontani, di cose che furono e che più non saranno…
Io benedico allora, Tell, (tu non darmi dell’incongruente), questa memoria contro
cui sempre impreco. Ecco: in questa fredda e povera casupola, che la tempesta ha
mezzo diroccata, e in cui viviamo la sera, tra questo focolare che non è nostro, ma
d’un lontano povero contadino fuggiasco che chi sa dov’è, ma pensa a queste quattro
sue sbrindellate e affumicate mura come allo scopo supremo della sua vita, e questa
fumosa lampada, ecco, io chiudo gli occhi, e, mentre tu credi che io dorma, rivedo
atteggiamenti e forme che mi furono cari sia pure per brevi ore di un giorno, rivivo
una vita quasi di sogno che mi addolcisce la tristezza di queste di lunghe ore, in attesa
che si compia il nostro destino.
Che cosa infatti – e tu non te lo pensi – ci divide dalla morte? Nulla quasi. Che
cosa ci protegge da essa? Non certo questi scarni muri, che la povertà ha fatto con
avarizia perfino di calce.
La morte è sopra noi svolazzante con rabbioso ringhio omicida, starnazzando per
l’aria con lunghi sibili d’aria straziata. Essa ci potrebbe a ogni momento prendere e
ci rifiuta e ci fa attorno le più strane sarabande, che streghe d’ogni tempo abbiano
ballato.
Eppure, vedi un sorriso passa per il mio taciturno volto. Non sento più nulla e più
non ti vedo, non vedo più la fiamma ardente della brace di questo ospitale anonimo
focolare campestre.
Mi trasporto col pensiero lontano da questa terra che è fatta deserta, lontano da
queste vie incerte, da questi campi di lotta… .
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S’impigrisce quasi voluttuosamente in istati nirvanici, in cui progressivamente s’estin-
gua la vitalità dolorante. Il fumo della sigaretta gl’ispira un piccolo poema ironico.
Il fumo, infatti, mi è stato sempre caro, principalmente perché in esso mi par di
veder meglio che in nessun’altra cosa compendiato il senso dell’inutilità della vita, la
vuotaggine di questi lunghi giorni e di questi lunghissimi anni, che siamo costretti a
trascinare su questa terra. Guarda come le spire sottili azzurrognole si perdono dol-
cemente nell’aria! Luminose dapprima nella zona di questo povero sole, s’allargano
come ad abbracciare per un momento qualcosa che sta loro per sfuggire per sempre:
poi diventano esili e magre nel cerchio già sformato, immagine vivente del corto
giro della loro vita, scompaiono finalmente nell’ombra come creature di sogno e si
perdono.
Quale più fragile esistenza che quella di queste mobili e silenziose creature, che
sono effimera vita della nostra vita, e che noi creiamo con un soffio a somiglianza di
colui che infuse l’anima all’essere inerte nato dal fango?
Io penso, Tell, che il primo uomo che scoprì questo meraviglioso modo d’in-

