Page 270 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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La guerra sofferta  221

               gannare il tempo e d’irridere nello stesso tempo l’attività di Dio e il mistero della
               creazione, dovette essere certo un profondo e inconsapevole filosofo. E mi piace
               figurarmelo nato nei paesi del sole, seduto all’orientale su molli tappeti in una stanza
               ben chiusa, piena di una penombra di mistero, fumare lentamente in un’estasi divi-
               na, fuori d’ogni contatto con altre creature, geloso del suo segreto come un artista
               della sua opera più bella .
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               L’insonnia presso il fuoco, nella casupola diroccata, gli detta un inno alla volontà di
            dissolvimento, al disfarsi pigro del nodo doloroso della vita.
                 Preferisco l’insonnia, la cara insonnia, che sento agguerrita nemica dietro di me, e
               che segue ogni mio passo, pronta a sedersi accanto al mio capezzale, se mi arrischio
               ad andare a letto, insidiosa matrigna. Preferisco questa abituale insonnia, in cui al-
               meno riesco ad essere io e a valere qualche cosa, a guidarmi in mezzo alle diverse te-
               nebre che io faccio in me stesso, seguendo con gli occhi le spire di questo gran fuoco
               tranquillo dalla solida brace rossigna.
                 E assisto allora a un delizioso spettacolo di me stesso, che m’è ogni sera rinnovella-
               to conforto dei sogni perduti. Quasi che al calore della fiamma la mia anima e il mio
               cervello si liquefacessero, io nuoto in un gran mare senza riva, placido e denso come
               olio; poi vi affondo piano piano senza agitarmi, senza far nulla per resister alla forza
               che mi chiama giù, anzi non movendomi affatto, per non turbare la incommen-
               surabile gioia di questa morte ideale, che mi succhia deliziosamente come la carta
               sugante beve l’inchiostro, che entra in me senza sforzo come l’acqua in una garza, che
               prima vi galleggia e poi, appesantita, vi affonda.
                 Ma questo mare tranquillo e liberatore non è al di fuori di me o qualcosa di diver-
               so di me, d’estraneo insomma: invece non è altro che il liquido prodotto da questo
               sciogliersi del cervello e dell’anima, che pare uno scomporsi anche di tutto il corpo,
               è un grandioso prodotto di disgelo e di disfacimento, un caos ove si fondono tutte
               le mie idee vecchie e nuove, insieme a tutto il mio passato, con le vane aspirazioni, i
               sogni irrealizzabili, i ricordi della mia vita amorosa, quelli dell’infanzia, quelli d’una
               sfiorita giovinezza, le previsioni d’una povera maturità senza gioia, e tutte quelle
               altre essenze di letizia, di cose rimpiante e sospirate, di piaceri goduti e perduti, che
               formano tutta la vita cerebrale d’un uomo.
                 Com’è dolce questo annientamento! Dolce tanto che, se la morte potesse dare per
               un tempo più lungo d’un attimo tanta dolcezza, non varrebbe più la pena di vivere
               un solo istante.
                 Tu dormi. Ti vedo attraverso il grigiore di questo mare in cui affondo, come una
               disformata massa oscura, piatta, come una macchia nerastra su uno scudo grigio-
               perla. E penso che tu non proverai mai nella tua vita la meravigliosa gioia ch’io provo
               in questi istanti, quella di dimenticare tutto, perché tu nulla ricordi, forse. La gioia di
               vedersi lontano e confuso, di sentirsi come fatto della sostanza gelatinosa e trasparen-
               te di una medusa, di sentirsi come sciolto da ogni vincolo della realtà e di vivere in
               un misterioso mondo di tremolanti molluschi o di enormi cellule piatte ed elastiche.
               Infine, la delizia di sentirsi cullare come tra le grandi foglie d’una pianta lacustre sulla
               superficie verdastra del laghetto d’un dimenticato angolo d’un parco secolare.
                 Amo quest’insonnia laboriosa d’un così strano lavoro. Amo sprofondarmi cogli
               occhi nel variopinto lampeggiamento della brace, che s’oscura – piccolo sole dietro
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