Page 274 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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La guerra sofferta  225

               peso, battendo fioco la sua vita pallida nella morte. D’intorno scivolava incerto e tacito
               il nuovo popolo foggiato d’ombra, nebbia pallida nella notte. Sorgeva, scivolava, si
               spegneva evocato dai suoni della prima vita lasciata, infinitamente vicina e remota .
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               Ma già l’alta fantasia ha riportato una prima vittoria, se con le tenebre egli si è
            costruito un così alto castello come suo regno. L’informe è già domato. Nella fantasia
            operava la tenace disperata volontà di vita.Talora questa volontà di vita il cieco la spe-
            rimentava pura, come conato impetuoso di riconquista del mondo perduto. Questa
            volontà di vivere egli l’aveva sentita trionfante in un suo vicino di letto, un altro prigio-
            niero italiano devastato dal ferro, inchiodato in tutti gli spasimi d’infiniti dolori, e che
            si risollevava, trionfando della morte, da tutti i mali, sí «che pareva incarnare il poema
            del trionfo della vita». Quasi per un contagio spirituale.
                 quella potenza vigoreggiò d’improvviso nella mia tomba, m’assalì un impeto di
               sollevare tutta la superstite vita, una volontà formidabile di scrollare quel tremendo
               destino, sentii che dovevo lottare duramente tutti i giorni di tenebre, opporre il
               vigore d’ogni mia fibra all’annientamento del fato. Ma d’improvviso sentii in me la
               fragilità della creta, e su di me l’inesorabilità della legge. M’atterrii. Parve che maci-
               gni piombassero sull’anima mia, e mi riabbattei stanco nella notte infinita .
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               Ma se la forza restauratrice falliva là dove assaliva d’impeto la tragica fatalità, ope-
            rava fruttuosamente là dove si piegava duttile, e s’insinuava sottile. Il cieco ricomincia
            a camminare senza le esitazioni e le trepidazioni della cecità. Una volontà inesausta di
            completare i mutili segni della realtà esteriore pulsa in lui. Per ipotesi e fantasia ricom-
            pone ciò che gli manca; i momenti della sua storia egli li integra con dati visivi tratti
            dall’intimo suo. Vede per una disperata tensione di fantasia. Dal suo mondo interiore
            qualcosa corre in ogni minuto a colmare il vuoto pauroso dell’oscurità.
               Ma questo spasimo di fantasia sarebbe rimasto qualcosa di meccanico, di patologico,
            se tutta l’anima non avesse accompagnato l’impeto, non avesse penetrato di sé le figure,
            non le avesse assimilate nella propria vita e illuminate d’una luce interiore più miste-
            riosa. Due suore che lo assistono a Linz parlano a lui due armonie spirituali diverse:
            divengono per lui due visioni di una squisitezza spirituale incomparabile, suor Prima-
            vera e suor Addolorata; e nella contemplazione di questi due sogni v’è un momento di
            requie serena.

                 C’era in tutta la sua anima chiara [di suor Primavera] una perpetua fonte di luce
               che illuminava ogni suo atto, e zampillava tremula nel riso frequente, che la ingenti-
               liva nella mia immaginazione, e quei fili di luce tremolavano esili nella voce. E vede-
               vo anche in tutto il suo corpo una chiarità fresca che pareva idealizzarla, e farle sereni
               gli occhi, accendere di trasparenze rosee le mani e il volto rifiorente del candore delle
               bende. Sognandola nel buio io non vedevo in lei la santità monacale, ma sentivo
               nel fruscio della sua veste, nella voce e nel riso, qualcosa di profano che la cacciava
               giocondamente nel mondo. Ma Suor Addolorata le si opponeva come l’ombra alla
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