Page 276 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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La guerra sofferta  227

               chiate fibre battere il suo cuore profondo. E mi par ch’egli risponda, con un silenzio
               infinito di perpetuità, con un commovimento sacro della mia anima, sentendo in
               quell’anima infitta nella terra e ricercante il sole nella pura aria dei culmini, una
               tranquillità eterna. C’è nel profondo cuore di quel solitario come una pace sovru-
               mana, è come se quasi tutto fosse già sopra la vita, dispogliato quasi di vita, fatto di
               silenzio di secoli, e in un commovimento supremo del mio spirito sembra insegnare
               al mio doloroso cuore la liberazione. E ascolto, ancora ascolto, sotto il cielo sereno,
               sentendo il mio giovane cuore battere contro quel tronco antico, contro il sovruma-
               no silenzio del suo vecchio cuore, contro la pace di quell’anima tacita su quella vetta
               serena, sognando sopra la sua tranquillità eterna .
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               Il prigioniero in terra nemica, convulso e insofferente della stessa pietà dei nemici,
            ritrova nella comunione dei dolori una carità universale che consola e ravviva. La madre
            d’un austriaco, un cieco di guerra anche lui, privato della luce dagl’italiani sul San Miche-
            le, s’è chinata sul letto del prigioniero italiano ed ha avuto per lui una parola di conforto.

                 Rimasi solo in una commozione profonda, pensando che mia madre sarebbe stata
               come quella madre. La vanità della vita diventava realtà d’amore, realtà di conso-
               lazione. Che t’importa del nulla, della vanità del tutto? Accetta la vita, e ama, ama
               infinitamente, puramente, ama con la tua più luminosa potenza, ama per la felicità
               tua e di tutti gli esseri viventi. Ama tutta la vita, tutto ciò che soffre e che piange,
               ama la terra e il cielo, ama l’atomo travagliato, il più verde e il più arido filo d’erba,
               il più bello e il più brutto e triste fiore, il verme gelido e l’insetto ebbro di sole, l’uc-
               cello dal canto giocondo, e quello dall’ululo lugubre, ama tutto ciò che vive e soffre
               nel mondo. Ama con divorante potenza lo spirito, questa luce che glorifica il fango
               umano, questo sole che fa di poca polvere un eterno mondo, ama gl’ideali ch’esso
               dona alla vita, e che sol potranno avvivare la tua tomba e distruggere in te questo
               infinito tedio del nulla .
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               Questa comunione spirituale, nel dare invece che nel ricevere, è pure nella rievo-
            cazione dei mutilati italiani nel giardino del seminario di Linz. Il poeta sente nella sua
            grandezza il valore del tragico sacrifizio. Il sacrifizio glorifica la patria, ma vale come
            offerta alla vita di tutta l’umanità, oltre i confini e le barriere, come il sacrifizio d’Et-
            tore vale tutte le per terre che abbraccia il gran padre Oceano; ché le patrie valgono
            in ciò che spiritualmente significano e apportano alla vita universale dell’umanità. I
            mutilati che posano al sole nel giardino del vecchio seminario, i prigionieri in terra
            nemica, lo sentono con santo orgoglio. Una purezza candida, una religiosa pace, un
            abito spirtale come la stola alba dei martiri circonfonde i superstiti, che han sanguina-
            to. Qualcosa ha deterso i sanguinosi segni del martirio. Il loro martirio essi lo sognan
            fecondo; una apocalisse di una nuova età, di un più giusto mondo si dispiega dinanzi
            agli occhi spenti del cieco poeta:

                  Spesso tutto il gruppo italiano discendeva nel soleggiato giardino: gruppo tragico
               che gli austriaci guardavano. Balenavamo d’orgoglio. Sentivamo tutta la nostra vita
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