Page 267 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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218   Momenti della vita di guerra


             Giovane coltissimo, giornalista, cultore di storia dell’arte e di varia erudizione, il
          Petraccone si era rivelato un ottimo ufficiale. Era passato volontariamente fra i bombar-
          dieri, insoddisfatto dell’opera da lui prestata nelle batterie da campagna. Aveva richiesto
          il più duro e rischioso compito per senso di dovere. Ma la guerra non parlava, o non
          parlava più, a lui come passione. Era un evento in un ritmo infinito d’eventi, il paesag-
          gio della sua tristezza impietrata e delusa. Rare note commosse e accorate rivelano, sotto
          la freddezza ironica e scettica, un moto e un calore di affetti. È un mondo sepolto, che
          talora affiora quasi ad insaputa del Petraccone, come per esempio nella descrizione degli
          altipiani coperti di neve sotto il chiaro di luna.
               Tell, tu mi sai non troppo tenero amico del paesaggio: eppure una strana ma-
             linconia m’ha vinto nella gelata solitudine di questa serata di luna, rotta, al solito,
             da questi intermittenti rombi lontani e dal sibilo insidioso di queste pallottole, che
             tagliano l’aria e mozzano il respiro. Ho pensato cioè, con compassionante superiorità
             di spirito, a questi industri abitanti di Lilliput, che tentano, e quasi ci riescono, a
             turbare la bellezza di queste notti. Essi tagliano nel vivo biancore della neve dedali
             bui, entro cui si aggirano timorosi gli uni degli altri, piantano inestricabili viluppi di
             ferro, dietro cui stanno sempre pronti a colpire nella loro coraggiosa paura.
               Mi sono poi trasportato col pensiero in altri tempi, ho desiderato di essermi tro-
             vato in una notte simile solitario vagabondo per queste campagne, quando nessuna
             insidia minacciava il cammino, e la terra non conosceva che orme amiche, cui si
             dava, con materno abbandono, sussurrando: «Affrettatevi, l’ora è tarda e il focolare
             lontano!»
               Mi sarei guardato intorno, spiegando l’occhio lontano a spiare nella marmorea
             bianchezza la cinerognola nuvola d’un camino vicino o l’arrossata inquadratura d’u-
             na rustica finestra. E mi sarei affrettato verso quella casa ignota, ma certo ospitale,
             pregustando la gioia d’un’allegra fiammata, o d’una paesana vigilia, e avrei bussato
             piano piano, discretamente aspettando, e scuotendomi la neve dalle scarpe.
               Forse, Tell, non considero, così parlando, che se diverso fosse stato il destino delle
             cose, mai sarei stato iniziato ai grandiosi misteri di queste montagne e di queste valli
             entro cui l’acqua non mormora ormai le sue canzoni, e nulla al mondo m’avrebbe
             staccato così a lungo dal mio mare dalla eterna canzone.
               Non rimpiango e non impreco, e seguito cogitabondo la mia strada, assorto nei
             miei pensieri con gli occhi quasi abbagliati da tanta luce, amaro d’una sola rassegnata
             disperazione, che nessuna luce potrà scacciare l’ombra dall’anima, scavata e sconvol-
             ta più di questa fertile e buona terra, e far rifiorire una giovinezza più sfrondata di
             questi boschi e devastati e arsi dalla furia implacabile del ferro e del fuoco .
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             Ma il motivo scettico nel Petraccone non ha nè vuole avere un grandioso sviluppo
          di Weltanschauung come quello di Leopardi, che ad alcune sezioni della Ginestra dà la
          vastità squallida e nuda d’un’antichissima cattedrale, ad altre la solennità d’un annunzio
          evangelico.
             Non l’audacia di riforma, ma un raccoglimento interiore, un’esplorazione quasi ac-
          cidiosa di se stesso gli è cara.
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