Page 96 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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Spiriti militari  47


               Eppure, poiché la poesia è degli animi e non delle cose, qua e là, anche sui margini
            della guerra di trincea fioriva quest’anelito verso gl’ideali militari. All’appello di guerra,
            qualcuno scopriva in sé il soldato di razza e risognava «la verità dei grandi antichi so-
            gni». Vedeva la trincea fetida e la tetra guerra del Carso nella luce gioiosa dell’azione. In
            altri tempi, nelle guerre della rivoluzione, quegli uomini si sarebbero segnalati: avreb-
            bero scandito ai commilitoni il ritmo dell’alacrità e dello slancio: creati colonnelli sul
            campo, avrebbero trascinato all’assalto la loro mezza brigata: avrebbero corso l’Europa
            marescialli di Napoleone, e la leggenda della loro bravura sarebbe stata narrata nei cam-
            pi e nei bivacchi.
               Invece, scomparvero oscuri, tenenti o capitani, nella moltitudine immensa, fra una trin-
            cea e un reticolato, noti a pochissimi, molti dei quali li obliavano, ghermiti anch’essi dalla
            morte. Il valore e l’eroismo non raggiungevano quella solenne rivelazione epica, da cui nasce
            la gloria. Essi parvero segnati dall’avverso destino di cui canta il poeta:

                                     Vixere fortes ante Agamemnona
                                      multi; sed omnes illacrimabiles
                                        urgentur ignotique longa
                                      nocte, carent quia vate sacro.

                                    Paulum um sepultae distat inertiae
                                            celata virtus…


               Ma forse una scintilla di quest’animo militare palpitava nei segreti pensieri di tutti,
            sole del sabato nella guerra di trincea. Perché chi più altamente lo sentiva, diffondeva
            tra i commilitoni e i dipendenti un calore che rinfrancava; nella vicinanza di un vero
            soldato gli sgomenti e le paure recedevano: una fiducia nuova nasceva.
               Tale era la limpida forza d’animo che irradiava Teodoro Capocci, sereno sempre tra
            gli orrori di guerra, e che alla famiglia scriveva meravigliato come mai tanti suoi amici e
            conoscenti non venissero su alla fronte. Che modo era quello di fare la guerra fra Napoli
            e Roma?
               E dopo i primi combattimenti sul Sabotino segnava nel suo diario certe sue consi-
            derazioni sulla morte in guerra:

                 (28 ottobre ’15). Io ho passato il confine cinque o sei giorni fa: ho provato un po’
               di tristezza, un po’ di dolore di lasciare l’Italia, la mia patria che (può darsi!) potrei
               anche non rivedere più. Nel qual caso sarei seppellito in terra redenta: avrei il gran
               dolore di lasciare nel cuore dei miei cari, carissimi, una ferita inguaribile. Avrei la
               consolazione di morire pel mio paese per la sicurezza e la libertà dei miei cari, per
               l’avvenire glorioso dei figli dei miei fratelli. Il gran conforto di essere uno di quelli
               che han dato il sangue pel paese e l’han difeso dall’eterno odiato nemico: d’essere
               uno di quei morti tanto belli che i granatieri guardano con serena ammirazione: di
               quei morti tanto diversi dai comuni: di quei morti in un attimo di beata esaltazione,
               fieri, soddisfatti di morire.
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