Page 199 - Airpower in 20th Century - Doctrines and Employment
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una storia inCompiuta. potere aereo e dottrina d’impiego in italia dal 1923 ad oggi
maggiore cautela, contrasto che riflette la diffidenza della Forza Armata verso solu-
zioni non in linea con il pensiero di Douhet, colpisce in questo resoconto la natura-
lezza con cui si fa riferimento all’impiego di aggressivi chimici. Anche Pricolo del
resto non aveva avuto remore nel ricordare l’azione di “ipritamento” condotta dallo
stormo d’assalto sul cammino della divisione celere, a riprova del fatto che questo
tipo di soluzione figurava ancora a pieno titolo nella dottrina di impiego delle forze
aeree e non si vedeva alcuna ragione per nasconderlo, parlandone anzi apertamente
sulle pagine di un periodico in libera vendita. Con queste premesse l’impiego di ag-
gressivi chimici nella campagna d’Etiopia non costituisce una sorpresa e, pur rima-
nendo ingiustificato dal punto di vista umanitario, e anche dell’opportunità politica,
sembra inserirsi in un quadro di riferimento dottrinale compiutamente definito.
Le operazioni in Africa Orientale durante la cosiddetta “guerra dei sette mesi”, tra
l’ottobre del 1935 e il maggio del 1936, e nel corso dei cicli operativi di polizia colo-
niale degli anni seguenti, videro la Regia Aeronautica operare a supporto delle forze
di superficie con missioni di ricognizione, bombardamento, trasporto e collegamen-
to in un contesto in cui mancavano del resto quegli obiettivi che avrebbero potuto
giustificare soluzioni maggiormente in linea con le teorie sull’impiego indipendente
e “contro valore” del potere aereo. Scartata l’idea di bombardare Addis Abeba, per
ragioni di opportunità politica, nonché per i forti dubbi sull’efficacia di una tale ini-
ziativa, si ebbe l’attivazione di un dispositivo aeroterrestre caratterizzato da una forte
integrazione delle catene di comando, con le forze aeree agli ordini del comandante
di scacchiere, che alla prova dei fatti si rivelò oltremodo valido.
In Etiopia, è stato osservato, la cooperazione fu perfetta perché il comando era
unificato e si appoggiava a un efficiente sistema di comunicazioni, permettendo di
sfruttare la superiorità assicurata dall’uso incontrastato del potere aereo in una guer-
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ra di movimento. Questo schema, che riproponeva in un contesto molto diverso
dal punto di vista dell’ambiente e dell’entità dei mezzi soluzioni già attuate in Libia
nell’ultima fase della riconquista, tra il 1927 e il 1931, non venne però ulteriormente
sviluppato e rimase relegato all’ambito coloniale, proprio perché in contrasto con
il dogma assoluto dell’autonomia e dell’indipendenza dell’aeronautica. Le conse-
guenze si sarebbero viste durante l’ormai imminente conflitto mondiale, in cui il
problema dell’aerocooperazione non ebbe mai una risposta efficace, lasciando nel
vago il problema del controllo tattico dei reparti aerei chiamati ad agire a supporto
dell’esercito.
L’intervento in Spagna non avrebbe modificato questo stato di cose. L’appoggio
aereo ravvicinato vi fu praticato largamente e con efficacia, impiegandovi velivoli
robusti e maneggevoli come i C.R.32, e sperimentando velivoli specificamente con-
cepiti per l’assalto, come il Ba.65, ma senza troppo entusiasmo e soprattutto senza
sfruttare l’occasione per mettere a punto tecniche e procedure tali da realizzare un
dispositivo aeroterrestre davvero integrato. Oltre alla preoccupazione per le perdite
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Roberto Gentilli, L’aeronautica in Libia e in Etiopia, in L’aeronautica italiana. Una storia del No-
vecento (a cura di Paolo Ferrari), Franco Angeli Storia, Milano, 2004, pp. 318-320.

