Page 200 - Airpower in 20th Century - Doctrines and Employment
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            che l’attacco al suolo comportava, dominava infatti il timore di trasformare l’aero-
            nautica in un’appendice dell’esercito:


               […] in Abissinia come in Spagna, l’Aeronautica, pur conservando una parvenza di auto-
               nomia, è sempre stata messa alle dirette e complete dipendenze dei Comandi dell’Eser-
               cito, i quali, per abito mentale o anche per contingenze superiori forse alla loro stessa
               volontà, hanno sistematicamente impiegato l’Aviazione soltanto o principalmente nelle
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               numerosissime attività rivolte a immediato e diretto vantaggio delle truppe terrestri.
               A differenza dell’Etiopia, il bombardamento di obiettivi al di fuori del campo
            di battaglia ebbe largo spazio, venendo indirizzato contro impianti ferroviari, nodi
            stradali, complessi industriali e aree portuali. Protagonisti di queste azioni, che per
            la loro valenza si proiettavano al di fuori dell’ambito tattico e certo più dell’assalto
            riflettevano la visione della Regia Aeronautica, furono soprattutto i “Falchi delle
            Baleari”, che da Maiorca, allineando mai più di una trentina di velivoli, attaccaro-
            no ripetutamente le installazioni portuali di Barcellona e le navi alla fonda. Le 16
            incursioni registrate tra il 10 gennaio e il 15 marzo 1938 causarono danni e vittime
            anche alla città, un risultato inevitabile tenuto conto della quota di sgancio, di solito
            prossima ai 6.000 metri, e della scarsa precisione dei dispositivi di puntamento, ma
            Barcellona era anche un importante centro demografico e con tutta probabilità le
            bombe cadute sui quartieri cittadini non erano considerate dei colpi a vuoto, potendo
            comunque incidere sul morale della popolazione. Questo scopo dichiarato ebbero le
            incursioni dei giorni 16, 17 e 18 marzo, nelle quali 44 tonnellate di bombe causarono
            550 morti e 989 feriti, nell’evidente tentativo di dare concretezza alle teorie sul bom-
            bardamento strategico e sull’uso risolutivo dell’arma del terrore.  Come nel caso
                                                                       16
            dell’aviazione d’assalto gli sviluppi successivi non avrebbero portato a definire una
            reale dottrina d’impiego e neppure a costruire uno strumento aereo adeguato a darle
            concretezza. Il logoramento subito dalla Regia Aeronautica, insieme all’eccessiva
            fiducia riposta in soluzioni in parte scelte e in parte imposte dalla situazione dell’in-
            dustria nazionale, segnò anzi l’inizio di un declino che si sarebbe fatto sempre più
            rapido con il passare del tempo, mentre si accentuava il ritardo tecnologico rispetto
            alle aeronautiche alle quali il riarmo degli anni Trenta aveva dato nuovo slancio e
            permesso un salto generazionale nel campo dei materiali di volo.
               In un clima caratterizzato dalla mancanza di un’autentica visione interforze, in
            cui ogni Forza Armata riteneva non solo di dover far da sé ma anche di dover salva-
            guardare il suo spazio di manovra, le teorie di Mecozzi e l’idea stessa dell’aviazione
            d’assalto potevano essere considerate pericolose. Vi si poteva infatti vedere la ri-
            proposizione del concetto di aviazione ausiliaria, con una interpretazione restrittiva
            incentrata soltanto sulla cooperazione con le forze di superficie. Mancò quindi la


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                Francesco Pricolo, La Regia Aeronautica nella Seconda Guerra Mondiale 1939-1941, Longanesi,
               Milano, 1971, pp. 29-30.
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                Lucio Ceva, L’aeronautica nella guerra civile spagnola, in L’aeronautica italiana. Una storia del
               Novecento (a cura di Paolo Ferrari), Franco Angeli Storia, Milano, 2004, pp. 357-364.
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