Page 139 - Il Mediterraneo quale elemento del Potere Marittimo - Atti 16-18 settembre 1996
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IL PENSIERO NAVALE ITALIANO ALLA FINE DEL XIX SECOLO: IL BONAMICO 125
La sua posizione teorica è fin dai primi scritti chiara e vuoi essere realistica,
senza confondere mai "volere" con "potere". Ricerca il possibile, non l'ideale; si
oppone pertanto sia ai navalisti più intransigenti, sia al "continentalismo" di colo-
ro che vogliono invece assegnare la missione strategica principale all'Esercito. Con
questi orientamenti, rimane l'unico scrittore navale del suo tempo a porsi come
valido interlocutore navale della Commissione per la difesa dello Stato e a discuter-
ne e valutarne criticamente le conclusioni sotto l'aspetto marittimo, inserendo così
la Marina nelle grandi correnti del pensiero politico-sociale e strategico nazionale,
dal quale fino a quel momento era stata esclusa.
Lo fa senza chiusure aprioristiche, rifiutando quello che chiama un concetto
"mitologico" e "teologico" della guerra marittima e del dominio del mare, per in-
serire per la prima volta la Marina in un realistico concetto strategico unitario del-
la difesa nazionale, delineandone nel concreto la missione operativa da svolgere
in armonia con quella dell'Esercito. In questo tentativo senza precedenti, egli trae
profitto dagli scambi di idee e dai rapporti personali che ha avuto presso la Scuola
di Guerra dell'Esercito con i generali Agostino Ricci, Nicola Marselli e Giuseppe
Perrucchetti. Tre uomini di grande apertura mentale, che non casualmente sono
stati - oltre che i tre maggiori scrittori militari "terrestri" della seconda metà del
secolo XIX - anche convinti sostenitori dell'importanza strategica delle forze na-
vali e del raccordo tra operazioni terrestri e navali.
In particolare, dal 1878 al 1884 in una serie di articoli sulla Rivista Maritti-
ma e nelle sue prime opere< l) Bonamico individua la reale natura della minaccia
francese e le possibilità di controbatteria, tenendo conto delle risorse disponibili
e delle caratteristiche geografiche e geostrategiche delle basi nazionali, da lui atten-
tamente valutate con lunghi studi, nei quali trovano il dovuto risalto anche i rifles-
si dell'occupazione francese della base tunisina di Biserta nel1881, tale da peggiorare
una situazione mediterranea già assai sfavorevole per l'Italia.
Le conclusioni alle quali perviene nel periodo dal 1878 al 1884 danno l'im-
pronta anche agli scritti successivi, al di là di qualche mutamento su questioni non
di fondo. Esse si possono così riassumere.
Nascita della strategia .teorica navale nell'età del vapore
In quanto branca teorica dell'arte della guerra, la strategia navale non poteva
esistere nel periodo velico, quando il movimento delle flotte era dominato dai ca-
pricci del vento. La propulsione a vapore ha reso possibile pianificare e dirigere
con esattezza matematica i movimenti delle flotte come quelli degli eserciti, esal-
tando l'importanza della geografia; quest'ultima determina le posizioni otcimali delle
basi e arsenali dei quali le flotte a vapore hanno bisogno data la ancor ridotta auto-
nomia. Inoltre, con la navigazione a vela a causa dell'instabilità del vento non era
possibile pianificare una difesa delle coste affidata alle forze navali, perciò que-
st'ultima veniva lasciata in esclusiva alle difese terrestri costiere. Con le forze nava-
li a vapore, invece, diventa possibile coordinare le operazioni terrestri e navali
superando l"' inerzia del sistema difensivo" e avvicinando la guerra navale alle coste.

