Page 210 - Il Mediterraneo quale elemento del Potere Marittimo - Atti 16-18 settembre 1996
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Su un piano più direttamente tecnico e navale avvennero fatti che condiziona-
rono negativamente il sorgere del nuovo potere marittimo.
Il Bonamico assegnava all'economia e all'industria una duplice funzione: fare
da presupposto al potere marittimo e permetterne la concreta manifestazione in
pace e in guerra. Metteva perciò in guardia gli italiani- che non possedevano un'in-
dustria naturale, cioè dotata delle materie prime necessarie - dalle situazioni capa-
ci di compromettere le comunicazioni marittime, essenziali per gli
approvvigionamenti nella quantità e qualità occorrenti.
Echeggiava ancora il già ricordato pensiero del Saint Bo n: "la potenza in ma-
teriale galleggiante di una nazione marittima meglio si desume dalle forze produt-
trici .dei suoi arsenali e dalla sua industria privata, che dal numero delle sue navi ...
e non meno necessari degli arsenali sono gli approvvigionamenti giganti di mac-
chine e di materie prime d'ogni natura, di quelle di cui potrebbe una guerra asciu-
gare per noi la sorgente, come il carbone ed i metalli d'uso comune". Parole pro-
nunziate nel 1863, ma perfettamente valide per l'Italia anche nei tempi successivi.
Benché la nostra adesione alla Triplice Alleanza, avvenuta fin dal 1882, aves-
se plausibili giustificazioni politiche tuttavia essa esponeva l'Italia a una situazione
bellica molto sfavorevole: ben scarso aiuto dall'Austria-Ungheria e ancor meno dalla
Germania contro una Marina francese prevalente e con la Gran Bretagna equidi-
stante (ma fino a che punto?). La maggior parte delle nostre vitali comunicazioni
marittime passavano fin d'allora nel Mediterraneo occidentale, sul quale la flotta
francese era in grado di esercitare un effettivo controllo. La mancanza di basi ocea-
niche ci avrebbe preclusa qualsiasi possibilità di difesa dei nostri piroscafi al di
là di Gibilterra. Per converso i francesi avrebbero potuto, senza troppo soffrirne,
trasferire sulle rotte atlantiche i traffici mediterranei, cogliendoci così uno dei po-
chi obiettivi strategici offensivi (senza contare il fatto che, in condizioni di inferio-
rità numerica, la nostra flotta non avrebbe avuto serie possibilità di minacciare
le comunicazioni del nemico).
La nostra persistenza in una politica estera, economica e militare antifrancese
denotava dunque un'insufficiente valutazione a livello di alta strategia. E gli alti
gradi militari non sembravano guardare al futuro con maggiore lucidità dei politi-
ci. Vedremo del resto che nei decenni successivi - nonostante l'esperienza dram-
matica della Guerra 1914-' 18 - il difetto non fu affatto emendato! Si giunse anzi
a un vero scollamento fra dottrina e prassi.
Anche il modo in cui fu affrontata, negli ultimi decenni dell'Ottocento, la co-
sidetta Questione delle navi (per la scelta dei tipi da costruire) rivelò presto la ten-
denza a radicalizzare le posizioni dialettiche piuttosto che mediarle proficuamente.
Inoltre l'esito dello scontro ideologico sembra indicare che, in definitiva, si persi-
steva nell'errore di separare la guerra marittima da quella terrestre, come due real-
tà autonome.
È certamente vero che, nelle condizioni di fine Ottocento, nessuno avrebbe
potuto prevedere se e quando potesse avvenire un rovesciamento di alleanze come

