Page 212 - Il Mediterraneo quale elemento del Potere Marittimo - Atti 16-18 settembre 1996
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198 RICCARDO NASSIGH
Senonché questa volta eravamo soli a gestire un gioco politico molto comples-
so, che non presentava soluzioni semplici e implicava costantemente rischi milita-
ri. Cosa che, sul piano strategico, si traduceva nella precarietà delle nostre posizioni
in Mediterraneo e in Africa· Orientale e delle .rtesse nostre comuni~azioni marittime.
I tre sbocchi del Mediterraneo continuavano a restare in mani straniere, e l'in-
tero bacino era costellato di basi e punti d'appoggio inglesi e francesi che avrebbe-
ro messo a grave rischio i nostri traffici in caso di guerra: Malta e Biserta al centro,
Tolone·e Mers-el-Kebir a ponente; a levante poi Alessandria, Haifa e Cipro in ma-
no britannica, Beyrut in possesso della Francia (senza contare la probabilità che
la Grecia mettesse a disposizione di Londra i suoi porti e I' isola di Creta e che
la Iugoslavia facesse altrettanto con la Francia.
Quanto all'Eritrea si trovava totalmente isolata. La Gran Bretagna controlla-
va, oltre ai due accessi al Mar Rosso, tutta la costa araba a nord e quella egiziana-
sudanese a sud. La Somalia infine, inaccessibile dalle rotte oceaniche senza il con-
senso britannico, era stretta fra i territori britannici del Somaliland a nord e del
Kenya a sud.
Tutto sconsigliava una guerra: non contro la Gran Bretagna perché sarebbe
stata semplicemente disastrosa; non contro la Francia perché, oltre tutto, si presen-
tava probabile una rapida estensione del conflitto ai Balcani, a tutto nostro scapi-
to. In ogni caso persisteva la nostra dipendenza dall'estero per I' aggiornamento
tecnologico della grande industria, per gli approvvigionamenti di materie prime
e ormai anche di derrate e di concimi.
Al quadro si aggiungeva l'obsolescenza di una forte aliquota del materiale ae-
ronavale, difficile da sostituire in breve tempo a causa delle difficoltà finanziarie.
D'altra parte l'obsolescenza di molte navi non dipendeva unicamente dalla loro
età o dal logoramento subito in guerra. Parecchie unità, di costruzione relativa-
mente recente, erano risultate troppo vulnerabili dalle armi subacquee perché la
loro progettazione prebellica era stata fatta senza sufficiente previsione della curva
del progresso: un fenomeno in vero generalizzato nel mondo, forse con la sola eccezio-
ne delle costruzioni tedesche. Infine si presentava la grande incognita dell'arma ae-
rea, della quale si intuiva la potenza anche sul mare pur senza sufficienti dati
sperimentali.
Tutto ciò importava problemi gravi per le fragili strutture scientifiche e indu-
striali italiane, cui si aggiungevano le difficoltà finanziarie.
In conclusione l'apparato navale italiano post-bellico, dopo la radiazione di
gran parte del naviglio da guerra obsoleto e con la flotta mercantile menomata dal-
la guerra e a sua volta obsoleta, risultava sensibilmente indebolito, con preoccu-
panti ipoteche finanziarie e politiche sul suo futuro sviluppo.
Si ripropose subito una nuova queJtione delle navi, più complessa che in passa-
to a causa dei fattori subacqueo e aereo: ora non ci si limitava più a discutere se
convenissero navi corazzate grandi o medie, ma si metteva in discussione la stessa
nave corazzata e, in aggiunta, sorgeva il problema se costruire navi portaerei e se

