Page 214 - Il Mediterraneo quale elemento del Potere Marittimo - Atti 16-18 settembre 1996
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           nostra Patria alle soglie degli  anni trenta erano purtroppo le meno adatte a inco-
           raggiare un dibattito di  questo genere, e del resto i militari - per mentalità e per
           ufficio- raramente risultano idonei a compiti di questa .natura. Vedremo più avanti
           come influisse tutto ciò sugli sviluppi della nostra preparazione bellica, inclusa quella
           marittima.
               Ma torniamo al  nuovo dibattito navale.  Vi  si  possono individuare tre punti
           di  riferimento  fondamentali:
              L'esperienza  della  guerra;
              Il quadro geografico, economico e politico presente (e presumibilmente futuro);
              I  nuovi  e vecchi  mezzi  bellici.
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               Nel 1929 uscì un'interessante analisi dovuta al comandante Guido Po < >,  che
           risaliva a una definizione concettuale del potere marittimo nazionale attraverso l'e-
           same  dei  suoi  obiettivi  in pace,  ma soprattutto  in  guerra.
               L'Autore conferiva una netta preminenza, fra i componenti del potere marit-
           timo, alla marina militare. Il modo più semplice in cui questa esercitava il potere
           marittimo consisteva, in tempo di pace, nel rappresentare il prestigio della nazione
           e,  in guerra, nel proteggere il traffico marittimo assicurandogli la  continuità,  oltre che  nel
           contrastare  le forze  avversarie  nei  loro  obiettivi.
               Per l'Italia, vista la sua dipendenza dalle comunicazioni marittime, il proble-
           ma dei traffici era il nodo centrale. Il dominio del mare consisteva nel dominio delle comu-
           nicazioni. Vedremo che su questo punto insisteranno, con un accordo significativo,
           tutti gli  studiosi  del  problema  nel  periodo  storico  del  quale ci  occupiamo.
               II comandante Po si chiedeva dunque se la nostra flotta mercantile fosse ade-
           guata,  oltre che ai compiti  di  pace suoi  propri, a reggere il peso dei  trasporti in
           guerra.  La  domanda  cruciale  era:  che  cosa  sarebbe accaduto  alle  nostre linee di
           comunicazione in caso  di. guerra?
               L'Autore  cercava  una  risposta  plausibile  applicando  un  metodo  di  studio
           storico-realistico: posto ciò che era avvenuto nel Conflitto Mondiale e considerata
           I' attuale situazione geostrategica,  che  cosa  si  poteva  prevedere?
               L'esito era pessimistico. Già durante la guerra - quando l'Italia aveva alleati
           potenti sul mare, che le assicura vano la massima libertà di  movimento sul piano
           strategico - la  flotta  non era bastata ad assicurare tutti  i rifornimenti  necessari,
           e meno che mai quando si  era scatenata l'offensiva sottomarina germanica. Oggi,
           in una situazione politica e strategica niente affatto migliorata, non si poteva certo
           essere  ottimisti.
               In ogni caso era prevedibile che la difesa diretta del traffico e la sua protezione indiret-
           ta avrebbero rappreJentato il compito primario della flotta,  estremamente arduo e logorante.
               Oltretutto non appariva probabile che si  ripetess~ro le  straordinarie condi-
           zioni strategiche della Guerra Mondiale, col grosso delle forze navali nemiche pa-
           ralizzato  nei  porti.
               Proprio la concretezza con la quale in quegli anni si discuteva del potere ma-
           rittimo implicava vivaci discussioni sulla nostra politica navale: quali navi e quali
           aerei  per la  nostra guerra marittima,  con  quali  obiettivi  strategici?
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