Page 216 - Il Mediterraneo quale elemento del Potere Marittimo - Atti 16-18 settembre 1996
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In realtà continuammo a seguire il malaugurato indirizzo allora in voga do-
vunque: imitare le marine con le quali appariva più· probabile uno -scontro.
Per noi poi la parità navale con la Francia - intesa non solo in termini di
dislocamento globale, ma addirittura di numero e tipo di navi - stava diventando
un dogma politico. Nessuno sembrava accettare il fatto che le esigenze strategiche
dei due paesi erano in realtà assai diverse, per cui non era detto che accorressero
due flotte quasi esattamente speculari!
Mentre le polemiche dottrinali - scontate nel clima del momento - erano in
pieno fervore le tesi del Douhet avevano provocato, già nell'estate 1929, un inte-
ressante intervento dell'ammiraglio Giuseppe Fioravanzo <7>.
Egli respingeva naturalmente le estremizzazioni douhettiane, e fra l'altro ri-
fiutava un'aprioristica limitazione del potere marittimo a funzioni strategiche pu-
ramente difensive. Ciò che interessa però, dall'attuale punto di vista, è che anche
il Fioravanzo poneva il problema delle comunicazioni al centro dell'attenzione. Tanto
al centro, da sostenere che la Marina italiana avrebbe dovuto pianificare operazio-
ni difensive anche in Atlantico: grossi incrociatori e grossi sommergibili avrebbero
dovuto proteggere i nostri traffici nell'area che adduce a Gibilterra, profittando
dell'occasione per disturbare le linee di comunicazione del nemico. Una concezio-
ne che richiamava quella tedesca della "guerra di corsa" affidata a incrociatori op-
portunamente affiancati da una rete di rifornitori oceanici preposizionati o appoggiati
a porti neutri.
La successiva progettazione di numerosi grossi sommergibili da parte italia-
na, destinati a offendere le comunicazioni del nemico in Atlantico, avrebbe in par-
te ripreso - in senso offensivo - questa concezione strategica.
A parte le riserve che la tesi delle operazioni atlantiche poteva suscitare, le
idee del Fioravanzo contenevano una concezione fondamentale, purtroppo desti-
nata a rimanere inascoltata nell'atmosfera di quegli anni: marina e aviazione, che ave-
vano entrambe il compito di acquisire il dominio dei rispettivi spazi operativi, avrebbero dovuto
operare in modo strettamente coordinato e secondo una visione rigorosamente unitaria del con-
flitto. All'esercito sarebbe infine spettato il compito di coronare il successo occupando material-
mente il territorio nemico.
Quale che fosse la prospettiva strategica, e la conseguente priorità di obietti-
vi, si trattava di una concezione basilare della guerra, che collocava in un unico
quadro strategico potere aereo, potere marittimo e potere terrestre. Disgraziata-
mente per il nostro Paese eravamo allora a distanze siderali dalla comprensio~e
di questi elementari principi.
In quei primi anni trenta, in verità, non emergeva ancora con chiarezza una
vera chiusura ai mutamenti. Sembrava ancora possibile una dialettica interna alle
Forze Armate. Le priorità strategiche non apparivano ancora fissate in modo defi-
nitivo, e tra .gli ufficiali si discuteva. All'Istituto di Guerra Marittima di Livorno,
ad esempio, il problema delle comunicazioni e della loro difesa veniva dibattuto.
Nel 1932 furono raccolte in volume una serie di conferenze tenute da Oscar di

