Page 218 - Il Mediterraneo quale elemento del Potere Marittimo - Atti 16-18 settembre 1996
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                Fattori del potere marittimo erano, oltre alle condizioni geografiche (e specifica-
           mente la conformazione fisica del territorio e delle sue coste), il carattere della popo-
           lazione e la sua capacità di comprendere i vantaggi conseguibili affrontando il mare. Le ben
           note indicazioni del Mahan erano rapportate alla crescente incidenza della pubbli-
           ca opinione, ma sopratutto all'insostituibile importanza del consenso individuale,
           che  nessuna  decisione  di  vertice  avrebbe  potuto  sostituire  ove  mancasse.
                Con spirito spiccatamente pratico il Bernotti introdusse la distinzione - forse
           sempre riconosciuta ma non esplicitamente dichiarata - fra stato marittimo e potenza
           marittima: molti erano gli stati marittimi, in quanto dotati di una fiorente marina
            mercantile e di un'adeguata posizione geografica, mentre potevano considerarsi po-
            tenze marittime soltanto  quegli  stati  che  disponevano di  una  potente marina da
           guerra.
                La  distinzione,  lungi  dall'avere un carattere astratto e  nominale,  forniva  un
            pratico e sicuro  criterio politico e militare per valutare il peso  internazionale di
            una nazione marittima. Da noi  Mussolini  non mancò di  apprezzare l'idea, canto
            da enunciare il  principio che la  marina da guerra era  "gerarchia delle  nazioni",
            senza tuttavia afferrare la complessità del concetto di "potente marina da guerra":
            che non è semplicemente una somma di  navi, ma piuttosto il prodotto delle navi,
            degli uomini e dell'apparato scientifico, industriale e organizzativo che li sostiene.
                Al fine di rpisurare e valutare il potere marittimo le due componenti militare
            e mercantile andavano comunque considerate unitariamente: Bernotti richiamava,
            a questo proposito, i vecchi studi del precursore napoletano Giulio Rocco, la cui
            opera era stata ristampata a cura della Lega Navale nel 1911, ma appariva letteral-
            mente dimenticata  nel  mondo  navale  italiano  e straniero.
                Il suo giudizio sulla situazione strategica italiana era complessivamente nega-
            tivo. Massima era la dipendenza dai traffici marittimi, senza correlativa possibilità
            di esercitare su di essi un effettivo controllo. Non avevamo infatti basi e punti d'ap-
            poggio oltremare (con tutti gli sbocchi del Mediterraneo in mano straniera) e avrem-
            mo dovuto appoggiare le nostre linee vitali di traffico a neutri benevoli, adattandoci
            di volta  in volta  alla  variabile situazione delle  operazioni  in mare.  Ad accrescere
            la vulnerabilità delle nostre linee di comunicazione c'era poi la vicinanza di coste
            straniere dalle quali l'offesa sarebbe potuta abbattersi sui  mercantili finanche  nei
            porti  d'arrivo  o  di  partenza.
                Considerando le condizioni cui avrebbe dovuto rispondere un piano di guer-
            ra  Bernotti  enunciava  in  pratica  un  principio  di  portata generale:  ·
               fissare  obiettivi  realmente compatibili con la  possibilità di esercitare il domi-
               nio del mare (che richiedeva una certa prevalenza di forze e un certo vantaggio
               geografico);
               mirare al dominio del mare in rapporto alle esigenze generali della guerra (cioè
               fissando  alla  guerra  marittima obiettivi  dipendenti  dal  piano generale).
                La difesa e l'attacco delle comunicazioni marittime aveva, per l'Italia, la mas-
            sima priorità. Sia per alimentare lo sforzo bellico nazionale, sia per cercare di osta-
            colare  un analogo  risultato  da  parte  del  nemico.
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