Page 213 - Il Mediterraneo quale elemento del Potere Marittimo - Atti 16-18 settembre 1996
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IL POTERE MAIUTI'lMO NEL PENSIERO NAVALE ITALIANO 199
conservare le aviazioni marittime. Inoltre, parallelamente, si discuteva nei consessi
internazionali se conservare o vietare i sommergibili.
Era del resto in corso un riesame approfondito dell'esperienza di guerra. Questo
fatto, insieme a tutto il resto, produsse nei primi anni venti un certo rallentamento
dei programmi navali e una pausa di riflessione anche sul piano teorico.
La ripresa degli studi teorici
Le cose cominciarono a mutare, nel campo degli studi, tra la fine degli anni
venti e l'inizio del decennio successivo. Vi fu una stimolante ripresa, non disturba-
ta invero dalla gravissima crisi economica e finanziaria che contemporaneamente
metteva a soqquadro il mondo industrializzato.
Quest'ultimo fatto non dovrebbe stupire. La crisi del 1929 infatti non mutò
gli indirizzi di politica estera né in Italia né altrove, e per il momento gli stati mag-
giori non parvero neppure intenzionati a mutare i loro criteri strategici. Le stesse
limitazioni concordate per le flotte (già col Trattato di Washington dell922, riela-
borate poi con quello di Londra nell930) incidevano semplicemente sulla dimen-
sione quantitativa e qualitativa delle flotte. .
Le ragioni della ripresa di studio erano invece diverse, più direttamente moti-
vate dall'obiettiva incertezza sulle nuove strategie dei mezzi. Fermi restando i con-
cetti strategici generali, e indipendentemente dalla quantità di denaro che sarebbe
stata spesa per le marine, occorreva chiarirsi le idee sul come spendere quel denaro:
cioè con quali priorità strategiche e per quali tipi di mezzi.
~ nuova questione delle navi investiva tutte le marine del mondo. Per il nostro
Paese però il problema era estremamente delicato, data la penuria di denaro e i
lunghi tempi di realizzazione delle costruzioni. Di fatto i progettisti avrebbero do-
vuto prevedere con largo anticipo la curva del progresso e studiare come fronteg-
giarla con una flotta di media grandezza.
Di fatto le discussioni s'intrecciavano di continuo col problema dell'arma ae-
rea e con quello dei sommergibili.
Certo, almeno in Italia, non si trattò più di teorizzazioni generali e organiche
sul potere marittimo, ma piuttosto di studi ·che - partendo da quel patrimonio
culturale ormai acquisito - si sforzavano di applicarlo alle esigenze nazionali.
Per la verità i mutamenti politiCi avvenuti in Italia dopo l'avvento di Mussoli-
ni avrebbero potuto innescare un suggestivo dibattito di ordine generale sui pre-
supposti politici del potere marittimo. Proprio in Italia il Bonamico aveva segnalato
il rischio che i governi dispotici non riuscissero a comprendere la necessità di svi-
luppare un potere marittimo costante e proporzionato alle capacità dello Stato. Quei
governi -aveva detto - erano capaci di imprimere accelerazioni irrazionali, di
sùsdtare fenomeni fittizi seguiti dall'esaurimento dello Stato.
· Un'autentica profezia, pronunziata quando ancora in Italia - pur dicendo
e scrivendo di mare nostrum e di romanità imperiale- ci si guardava bene dal con-
cretare atti politici e militari conseguenti. Ma le nuove condizioni politiche della

