Page 211 - Il Mediterraneo quale elemento del Potere Marittimo - Atti 16-18 settembre 1996
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IL POTERE MARIITIMO NEL PENSIERO NAVALE ITALIANO 197
quello attuato nel 1914 da Salandra. Tuttavia si stava preparando una flotta fatal-
mente destinata a non poter proteggere proprio quelle linee di comunicazione che
la dottrina additava come assolutamente indispensabili alla sopravvivenza della na-
zione e alla sua capacità di combattere.
Senza dire che - a dispetto degli insegnamenti dei maestri nostri e stranieri
- non prevedemmo mai una condotta realmente coordinata delle operazioni di
terra e di mare. In questo settore mancò tutto: dalla preparazione culturale degli
Stati Maggiori alla pianificazione delle ipotesi operative e alla relativa rete di co-
mando. Non si fecero serie esercitazioni combinare. Si giunse alla guerra, nel1911
e poi nel 1915, senza nessun tipo di esperienza e senza strutt:ure operative.
Un approfondimento di questo aspetto del potere militare italiano esulerebbe
completamente dal tema. È tuttavia necessario annotarlo fra le caratteristiche più
negative, che condizionarono lo sviluppo del nostro potere tnarittimo fino alla ca-
tastrofe del 1943.
Nuove debolezze politiche e strategiche dopo la vittoria del 1918
La vittoria del 1918 non fugò del tutto le preoccupazioni per la sicurezza in
Adriatico, e anzi sembrò acuire le tensioni in quell'area. L'Italia si ritrovò comun-
que in una situazione decisamente nuova.
Sul piano politico le era formalmente riconosciuta una posizione internazio-
nale di grande potenza, alla quale però non corrispondeva la realtà economica e
militare. Inoltre l'instabilità sociale interna, toglieva autorevolezza e credibilità al
governo.
D'altra parte, nonostante i formalismi della "Società delle Nazioni", ogni paese
si era ritrovato praticamente a far da sé ben più che al tempo della contrapposizio-
ne Triplice Alleanza - Triplice Intesa. (Una situazione che ricorda abbastanza da
vicino quella attuale dopo il dissolvimento del "blocco" comunista). Il nostro Pae-
se si trovò così in una condizione precaria, priva di appoggi e con le stesse debolez-
ze di sempre. Ma la sua direzione politica non ebbe la lungimiranza di pensare
un coerente mutamento di indirizzi internazionali.
Continuammo a destreggiarci alla meno peggio. Non riuscimmo a imboccare
una via stabile di amicizia e buon vicinato né con la Francia né con Iugoslavia
e Grecia (anzi!). Neppure cercammo una seria e costante linea d'intesa con la Gran
Bretagna. Addirittura, con la crisi di Corfu del 1923, rischiammo l'ostilità aperta.
Non cercammo neppure di sviluppare proficui rapporti commerciali e finanziari
con gli Stati Uniti, pur trovandoci nella disperata necessità di crediti per espande-
re la produzione e le esportazioni e per pagare a nostra volta i pesanti debiti accu-
mulaci durante la guerra. Dal punto di vista marittimo la fine della guerra ci costrinse
a una conversione strategica dall'Adriatico al Mediterraneo, che del resto si già era profi-
lata durante l'offensiva sottomarina germanica, quando le nostre linee di comuni-
cazione mediterranee erano state messe a repentaglio non meno di quelle oceaniche.

