Page 217 - Il Mediterraneo quale elemento del Potere Marittimo - Atti 16-18 settembre 1996
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IL  POTERE  MARIITIMO NEL  PENSIERO  NAVALE  ITALIANO                   203


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       Giamberardino agli  ufficiali  frequentatori < >,  nelle  quali  la  situazione era esami-
       nata sia dal punto di vista del volume e della qualità dei traffici, sia sotto l'aspetto
       delle concrete possibilità di proteggerli in caso di conflitto contro la Francia. Possi-
       bilità che l'Autore prevedeva scarse, e anzi nulle nel bacino occidentale del Mediterraneo
       dove transitavano tutte le principali linee di nostro interesse. Un'impostazione stra-
       tegica sostanzialmente difensiva sarebbe stata necessaria per poter concentrare le
       nostre  non  esuberanti  risorse  nella  protezione delle  restanti  vie  di  traffico.
            Come si nota le conclusioni dell'Autore erano, in concreto, assai più pessimi-
       stiche  di  quelle  abbozzate  un paio d'anni  prima dal Douhet.

       Quando cominciarono  a  levarsi venti di guerra

            Dalla metà del decennio molte cose cominciarono a mutare in Italia: in politi-
       ca  estera e in politica militare.  Abbastanza rapidamente la  dialettica venne sosti-
       tuita  da decisioni  di  vertice  che  prescindevano dalle elaborazioni  della  dottrina.
       Ai posti di maggiore autorità cominciarono a sedere personaggi sempre meno in-
       clini a prendere posizione contro il potere politico, anche quando si verteva in ma-
       terie militari. Per  rimanere nell'ambito navale si  potrebbero citare, come esempi
       (non unici, ma significativi), la decisione di abbandonare il tema portaerei e quello
       dell'aviazione navale; la decisione di dare precedenza assoluta al rinnovamento della
       flotta corazzata (incluso il radicale rimodernamento delle vecchie dreadnought classe
       "Cavour" e classe "Doria"), a tutto scapito del naviglio destinato alla scorta del
       traffico. Per non dire del gran numero di sommergibili, sopratutto oceanici, realiz-
       zati in pochi anni senza una precisa dottrina d'impiego e del discontinuo impulso
       dato agli studi e alla sperimentazione di nuovi ritrovati tecnici nei campi della lo-
       calizzazione  e delle  armi  subacquee.
            Si andò delineando, in sostanza, una frattUra tra la dottrina navale e la strate-
       gia dei mezzi. Inutile insistere sulle perniciose conseguenze in materia di scelte stra-
       tegiche,  di  pianificazione  operativa e di capacità bellica  complessiva.
            La  dottrina navale ebbe in quegli  anni  il  suo massimo esponente in Romeo
       Bernotti: tanto apprezzato e lodato sul piano formale quanto concretamente disat-
       teso in politica navale e sul terreno strategico, fino a escluderlo dagli alti comandi
       proprio mentre la  Marina  e il Paese  slittavano verso  la  guerra.
            Bernotti soleva ripetere che l'Arte militare andava studiata unicamente a fini
       pratici,  e  sottolineava  che  la  resistenza  economica  di  uno  stato  dipendeva  dai
       rifornimenti che la flotta mercantile e quelle dei neutri gli avrebbero procurato in
       guerra. Alla  luce di  questi elementari presupposti egli  si  accinse a  rivisitare con
       spirito moderno la dottrina sul potere marittimo, per passare poi a una critica ser-
       rata  e obiettiva  della  nostra  situazione <9>.
            Dal punto di vista teorico il potere marittimo era visto come prodotto dei fattori
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       dello sviluppo e della protezione degli interessi marittimi di uno stato:  una formula,  come
       si vede, molto ampia e comprensiva che includeva ogni possibile utilità derivante
       dal mare in pace come in guerra.
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