Page 219 - Il Mediterraneo quale elemento del Potere Marittimo - Atti 16-18 settembre 1996
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IL POTERE MARITI"IMO NEL PEl':SIERO NAVALE ITALIANO 205
Compatibilmente con la situazione strategica generale e con la relatività delle
forze sarebbe stato inoltre immaginabile un uso più -propriamente offensivo del
potere marittimo, mediante spedizioni oltremare che portassero il proprio esercito
in territorio nemico (ipotesi che naturalmente trovava la sua perfetta corrispon-
dente nella difesa del nostro territorio da analoghe iniziative nemiche).
È evidente che tutto ciò presupponeva quella visione unitaria della guerra e
delle operazioni belliche, alla quale le Forze Armate italiane continuavano a restare
completamente estranee.
Bernotti non mancò comunque di insistere sul fatto che, in tempi di insidie
subacquee e di offese aeree, le incognite belliche risultavano ulteriormente accre-
sciute. Ne derivava una certa relatività del grado di dominio del mare effettivamen-
te ottenibile, sempre meno "dominio" e sempre meno duraturo.
Lo sforzo di Bernotti per razionalizzare la politica navale italiana non parve
interessare le alte sfere, che ormai apparivano rassegnate (o convinte?) a seguire
gli eventi anziché cercare di condizionarli.
Tre anni più tardi, quando il consenso popolare al fascismo toccava vertici
cui non sarebbe più pervenuto in seguito, il regime produsse un proprio studio
sul potere marittimo. Lo scrisse, invero senza particolare originalità, Edoardo Squa-
drilli oo>.
Sembrava che il fascismo avesse raccolto a suo modo l'ammonimento del Ber-
notti: non abbiamo colonie capaci di alimentare la madrepatria e di dare appoggio
ai nostri traffici oceanici. L'Italia aveva conquistato l'Etiopia.
In realtà si era compiuto un ulteriore passo falso dal punto di vista strategico,
perché il nuovo vastissimo territorio non aveva alcuna autosufficienza militare ed
era isolato dall'Italia quanto gli altri possedimenti del Corno d'Africa. A parte i
problemi della persistente guerriglia avrebbe comunque assorbito aliquote notevo-
li di truppe e di velivoli per la propria sicurezza, accrescendo sensibilmente i pro-
blemi logistici anche dal punto di vista navale.
Nessuna consistente forza navale si sarebbe potuta appoggiare a Massaua né
a Chisimaio o a Mogadiscio, che perciò non avrebbero mai rappresentato per la
Regia Marina altro che un passivo strategico.
Squadrilli, dopo avere riconosciuto che il potere marittimo di un paese è la
risultante dei fattori economi-ci e militari che agiscono in campo marittimo, osser-
vava come la marina da guerra ne fosse il fattore preminente, affiancata dalla Ma-
rina mercantile, dall'industria e appunto dalle colonie. Queste, in particolare,
esercitavano una funzione doppiamente importante, giacché oltre ad avere un'in-
trinseco valore economico ne presentavano uno di ordine strategico per le possibi-
lità operative che offrivano alle forze navali.
Il ragionamento appariva invero difficilmente compatibile con la realtà delle
nostre colonie vecchie e nuove, ma ciò non impediva all'Autore di individuare co-
me scopi del potere marittimo italiano il dominio dei mari d'interesse nazionale (espres-
sione invero piuttosto vaga) e la sua interdizione al nemico.

