Page 364 - Il Mediterraneo quale elemento del Potere Marittimo - Atti 16-18 settembre 1996
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bipolarismo ci ha portato uno stato permanente di crisi: fervono guerre e guerri-
glie, si moltiplicano tensioni e crisi tra Paesi o all'interno stesso di questi; le politi-
che sono contraddittorie: si va da necessarie spinte comunitarie e associative ad
atroci conflitti tra nazionalità, interessi ed etnie diverse, a un crescendo di estremi-
smi religiosi violenti, a una progressiva invadenza delle organizzazioni criminali
a struttura internazionale. Però intanto le economie divengono sempre più interdi-
pendenti e tendono a innovarsi in un quadro di globalizzazione dei mercati.
Il Mediterraneo è al centro di questo quadro. Sino a pochi anni addietro esso
era un bacino controllato e pressoché saturato dal dispositivo aeronavale della Na-
to; relativamente contrastato dalla presenza della squadra navale sovietica che era
più strumento di presenza politico-strategica che non minaccia reale alla sicurezza
marittima e navale alleata. Questa condizione di sicurezza marittima della Nato,
estesasi anche all'interno del nucleo europeo con iniziative di integrazione di forze
di diverse nazioni alleate, esiste ancora oggi ed eccellente prova ne è stata data in
questi ultimi anni e sino ad ancora poche settimane or sono con la missione in
Adriatico volta a imporre la mistJra di embargo decretata dall'Gnu nei confronti
dei conflitti interni al territorio dell'ex Jugoslavia.
Si pone oggi un problema di sicurezza e di mantenimento dell'ordine interna-
zionale nel Mediterraneo. La via sembra essere quella moderatrice condotta da va-
rie organizzazioni internazionali quali l'ONU e l'OSCE, quest'ultima succeduta,
con lo stesso deludente risultato, alla precedente Csce, ma le esperienze condotte
sino a questo momento non incoraggiano molto in questa direzione. A più riprese
si è parlato e si parla di un sistema di sicurezza collettiva nel Mediterraneo capace
di prevenire turbamenti e crisi, oppure di una regolamentazione internazionale del-
l'uso militare di queste acque. Ho sempre confessato il mio scetticismo in proposi-
to: in quest'area si concentrano troppi e differenti focolai di crisi, vecchi e nuovi,
ed essa è troppo sensibile a turbolenze anche geograficamente lontane. Anche ani-
mati dalla migliore speranza per l'avvenire non si può cancellare una certa dose
di scetticismo verso la durata nel lungo termine di accordi raggiunti o in via di
discussione per risolvere crisi annose e recenti. Siamo ad esempio certi che gli ac-
cordi di Dayton che hanno posto fine al conflitto in Bosnia dureranno nel medio-
lungo peiiodo senza che il mosaico balcanico non dia ancora preoccupazioni alla
comunità internazionale? E siamo davvero convinti che l'auspicato accordo fra lo
Stato d'Israele e l'entità autonoma della Palestina, e quindi con tutti i Paesi dell'a-
rea, assicurerà finalmente al Medio Oriente la tanto ricercata pace e l'auspicata
stabilità a fronte anche ad altri focolai di crisi?
In quanto alla messa in atto di misure internazionali di sicurezza e di confi-
denza quali possono essere già quelle presenti nell'ambito degli accordi per la Par-
tenership for peace, hanno certo una loro validità sul piano dell'informazione, della
conoscenza reciproca, di un certo grado di saltuaria cooperazione militare, ma ci
sono dubbi che siano iniziative che possano ovviare all'insorgere di crisi mosse
da motivi e radici spesso antiche e profonde.

