Page 237 - L'italia del dopoguerra - Il Trattato di pace con l'Italia - Atti 10-12 ottobre 1996
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                 esprimere nel modo più alto e solenne il suo fiero e dignitoso unanime sentimen-
                 to.  Sicuro e fedele interprete di esso,  invito l'Assemblea a sospendere la seduta per
                 trenta minuti". Al termine dell'atto di protesta, il Ministro degli Esteri Sforza
                 presentò la dichiarazione formale con la quale era stata apposta la firma ita-
                 liana al Trattato.
                     Il Governo italiano appone la sua firma al Trattato, subordinandola alla
                 ratifica  che  spetta  alla  sovrana  decisione  dell'Assemblea  Costituente,  alla
                 quale è attribuita dalla legislazione italiana l'approvazione dei Trattati inter-
                 nazionali. < 4 l
                     Tuttavia né le precisazioni di De Gasperi né l'intervento di Sforza miti-
                 garono la polemica. Nei giorni successivi i deputati proseguirono il confron-
                 to  con  il  Governo  circa  le  metodologie  utilizzate  ed  il  ruolo  "ridotto"
                 dell'Assemblea. Proteste furono sollevate dagli azionisti Lombardi e Valiani;
                 per il qualunquista Russo Perez "l'Assemblea si è sentita defraudata del diritto
                 di risolvere il problema se convenisse firmare o non firmare il trattato di Pace".  (S)
                 Le  critiche  provenirono  soprattutto  dai  settori  di  destra,  qualunquisti  e
                 monarchici, anticipando il confronto che tali settori avrebbero avuto in luglio
                 con il Governo.
                     Nel corso del dibattito parlamentare sulla firma del Trattato, le sinistre
                 mantennero  una  posizione  sostanzialmente  defilata.  Il  10  febbraio  Nenni
                 aveva annotato sul suo diario un'opinione assai simile a quella delle destre e
                 degli azionisti circa la metodologia utilizzata da De Gasperi: "Credo poco al
                 valore del distinguo tra firma e ratifica e per parte mia, se fossi rimasto a Palazzo
                 Chigi,  avrei considerato più dignitoso chiedere anticipatamente il consenso della
                 Costituente";  tuttavia  l'esponente  socialista  aggiungeva:  "In  ogni  caso  cosa
                 fatta capo ha. Non firmare non si poteva. E  noi abbiamo il diritto di dire,  come
                 l'assemblea di Bordeaux nell871, che subiamo le conseguenze difatti di cui non
                 siamo stati gli autori. Infatti paghiamo la guerra fascista e la disfatta fascista". ( 6 )
                 Ancora  meno polemico fu  l'intervento di  Nenni,  il  18  febbraio,  all'Assem-
                 blea:  "Noi mancheremmo al nostro  dovere  verso  il Paese se  lasciassimo  credere
                 che l'atteggiamento del Governo e del Paese poteva essere diverso da quello che è
                 stato,  e noi commetteremmo una grave colpa  non solo nei confronti della gene-
                 razione attuale, ma delle generazioni future, se lasciassimo sussistere il dubbio che
                 potevamo  sottrarci  all'obbligo  dell'esecuzione".  Anche  in  caso  di  condizioni
                 peggiori,  aggiungeva  l'ex Ministro degli  Esteri,  l'Italia  avrebbe  dovuto ese-
                 guirle. Nenni concluse la sua dichiarazione congratulandosi con Sforza per
                 avere fatta propria la strategia del suo predecessore. (?)  Più lapidario del lea-
                 der  socialista  si  dimostrò Togliatti,  il  quale  nell'intervento  del  19  febbraio
                 accettava  asciuttamente  il  trattato  ("è  quello  che è"),  sottolineando  tuttavia
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