Page 169 - II Convegno Nazionale di Storia Militare - Atti 28-29 ottobre 1999
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POLITICA ESTERA  E POLITICA MILITARE                                   159


            A prima vista la guerra in Kosovo potrebbe sembrare la conferma che l'uso
        della forza  militare  per la  soluzione  delle controversie  ritorna  ad essere a  pieno
        titolo,  dopo la fine  dell'equilibrio del terrore,  una componente tradizionale delle
        relazioni internazionali. In realtà la lezione dell'esperienza della NATO in Kosovo
        dovrebbe indurre l'Occidente a riflettere assai più attentamente prima di  ricorrere
        all'uso delle  armi.  Gli scopi proclamati CZ9)  dell'azione militare  della NATO  erano
        di  impedire una "catastrofe  umanitaria",  che si  è  aggravata senza ombra di dub-
        bio proprio dopo l'inizio dei bombardamenti, e di costringere il governo jugosla-
        vo  ad  accettare  la  soluzione  di  una  larga  autonomia  per il  Kosovo.  Il  risultato
        sotto gli occhi di tutti,  per limitarsi alla situazione del Kosovo,  è  l'impossibilità di
        una  convivenza  delle  due  etnie  nella  regione,  avviata  verso  una  indipendenza
        che, almeno a parole, nessuno intendeva promuovere.  Giustamente è  stato quin-
        di  osservato  che  "la  Nato  riceve  da  Pristina  un  messaggio  scomodo:  il  nuovo
        mondo è troppo complesso per farsi  governare dal primato della tecnologia mili-
        tare"  C30)_  e  che  vi  è  da  dubitare  "che  l'alleanza  del  manicheismo  morale  e
        dell'alta  tecnologia  sia  la  soluzione  dei  problemi  politici  e  geopolitici"  (31).  Alla
        conferenza  stampa  del  25  aprile  1999,  a  conclusione  del  vertice  NATO  di
        Washington,  la stessa Signora Albright,  interrogata sul  pericolo di una escalation
        che veda altre  minoranze  etniche della Jugoslavia,  a  cominciare  dagli ungheresi
        della  Vojvodina,  combattere  per  l'autonomia,  ha  risposto:  "Ritengo  dovremmo
        osservare  che  affrontare  questi  problemi  con  mezzi  militari,  o  con  l'uso  della
        forza  o  della violenza,  non è  il  modo per risolvere alcunché. Anzi aggrava i pro-
        blemi"  (3 2 ).  Inutile  cercare  una  coerenza  negli  americani;  come  ebbe  a  dire
        Churchill, "si può sempre contare sul fatto  che gli  Stati Uniti faranno la cosa giu-
        sta, dopo aver esaurito le alternative".
            La  credibilità  dello  strumento  militare  è  insidiata  anche  dall'abuso  di  una
        caricatura della retorica churchilliana, per cui Clinton ha usato a sproposito il ter-
        mine  "genocidio"  e  descritto  ad esempio il  conflitto come "una grande battaglia
        tra le forze  dell'integrazione e  quelle della disintegrazione;  tra le forze del globa-
        lismo e  quelle del tribalismo",  e  del concetto di  "interessi vitali",  che solitamente
        indica qualcosa  di irrinunciabile  e  fondamentale  per la  sicurezza nazionale,  che
        se minacciato va  difeso  con la  forza  delle  armi.  Col definire  "vitale"  l'intervento
        nei Balcani, l'amministrazione Clinton ha svalutato il termine, poiché, manifestan-
        do fin  dal  primo giorno una ossessiva  preoccupazione di  evitare  perdite umane
        tra  i propri militari,  ha privato di ogni credibilità le  proprie affermazioni o,  peg-
        gio,  ha dato il  preciso segnale di non essere disposta a  rischiare per una "grande
        battaglia",  per una  "questione  vitale".  In  realtà  il governo  americano  non  ha
        osato  nemmeno  chiamare le  cose  con  il  proprio  nome;  il segretario  di  Stato
        Albright ha rifiutato di fronte  al Senato di rispondere alla domanda se si trattasse
        di una guerra; il ministro della Difesa Cohen ha dichiarato che le truppe america-
        ne erano impegnate in ostilità,  in un conflitto armato, ma,  coprendosi di ridicolo,
        si  è  dichiarato "non qualificato a  dire  se ciò rientri nella  definizione tradizionale
        di  guerra".  Dall'ossimoro  della  "guerra  umanitaria"  è  derivata  una  neolingua  di
        stampo orwelliano (33).
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