Page 168 - II Convegno Nazionale di Storia Militare - Atti 28-29 ottobre 1999
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             come Etiopia  ed Eritrea,  ma anche gli  sforzi  dell'URSS  per mantenere un arsenale
             atomico  aggiornato  e  gli  oltre  tre  milioni  di  soldati  della  Cina  (senza  contare  la
             milizia armata,  calcolata in 17 milioni all'inizio degli anni '80),  la dicono lunga sulla
             persistente importanza della forza militare come fattore di status internazionale.
                  L'unica  superpotenza  rimasta  contempla  l'uso  della  forza  militare  come
             componente  essenziale  della  sua  politica  estera  e  ritiene  che  "nell'affermazione
             della  democrazia  il  ruolo  dello  strumento  militare  è  ancora  rilevante"  C 2 5).  "Se
             dobbiamo  usare  la  forza  lo  faremo,  perché  noi  siamo  l'America.  Siamo  una
             nazione indispensabile.  Siamo grandi.  Guardiamo avanti,  nel futuro ... ",  proclama
             il Segretario  di  Stato  Madeleine  Albright C 26 ),  mentre  invece  non  pochi  studiosi
             sottolineano giustamente come oggi la sicurezza internazionale abbia sempre più
             aspetti  anche non militari ed occorrerebbe evitare "di  porre tutti i problemi come
             problemi di sicurezza e  tutti  i problemi di  sicurezza in termini militari,  e  ricercare
             il  più  possibile soluzioni non  militari" C27).  Il  Pentagono progetta  la  Force XXI e,
             con lo stesso ruolo, la  Surface Combatant Ship XXI e  la  Arsenal Ship,  forse  indul-
             gendo troppo a  quella  "illusione  tecnologica",  che,  insieme  ad altri  fattori,  portò
             alla  sconfitta  in Vietnam.  L'attuale  pianificazione  militare  americana  mira  a  con-
             sentire di  affrontare contemporaneamente due conflitti delle dimensioni di quello
             del Golfo.  Certo non si pianifica sulla base di quella  ten years rule (nessuna guer-
             ra  in vista  per almeno dieci anni) che gli Stati Maggiori britannici abbandonarono
             solo in seguito all'ascesa al potere di  Hitler.
                  Con la  fine  della guerra fredda,  l'Europa ha visto nuovamente sul suo terri-
             torio  guerre,  solo  in  parte civili,  nella  ex Jugoslavia,  mentre  la  NATO,  che non
             aveva  sparato  un  solo  colpo  per  cinquant'anni C 28 ),  ha  bombardato  uno  Stato
             sovrano,  in  violazione  della  lettera  del  suo  stesso  trattato  istitutivo.  Il
             Mediterraneo  rappresenta  oggi  una  delle  principali  aree  di  crisi  e  nel
             "Mediterraneo  allargato",  comprendendo  quindi  anche  il  Mar  Rosso,  il  Mare
             Arabico,  il  Golfo  Persico  e  l'Oceano  Indiano  Occidentale,  è  oggi  dislocata  in
             maniera  permanente,  anche  se  a  frequenze  singole  discontinue,  la  maggiore
             concentrazione  internazionale  di  forze  navali  al  mondo.  Mai,  in  questo  dopo-
             guerra,  l'Italia  ha impiegato le sue Forze Armate all'estero come oggi,  in  un'otti-
             ca  di  grandeur diplomatica  nella  quale  talvolta  è  difficile  trovare  la  logica
             dell'interesse nazionale.
                  Per  la  soluzione  delle  crisi  del  disordinato  mondo  post-bipolare,  occorre
             una  miscela  di strumenti  ed interventi  politici,  diplomatici,  economici,  umanitari
             e  militari.  Sicuramente un risultato positivo di recenti operazioni di peacekeeping,
             o  meglio di peace enforcing, è  stato il  superamento di una artificiale contrapposi-
             zione  tra  militari  ed  operatori  di  pace,  per  cui  alcune  organizzazioni  pacifiste
             proponevano addirittura di sostituire  i caschi blu dell'ONU,  che sono pur sempre
             soldati,  con  "caschi  bianchi"  totalmente  disarmati.  La  vicenda  della  Bosnia  ha
             dimostrato invece che i soldati dell'ONU non sono stati in grado di  instaurare la
             pace,  perché  privi  di  quella  credibilità  che  possiedono  invece  le  truppe  della
             NATO,  la cui forza militare è precondizione dell'intervento umanitario.
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