Page 170 - II Convegno Nazionale di Storia Militare - Atti 28-29 ottobre 1999
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                 Inoltre combattendo un conflitto  dove a  morire sono stati quasi solo i civili,
             con un rovesciamento della logica tradizionale della guerra ed un regresso rispet-
             to alle regole faticosamente elaborate nei secoli,  si  è minato il prestigio dell'istitu-
             zione  militare  e  portata  acqua  al  mulino  dei  pacifisti  e  degli  antimilitaristi.  Si  è
             vista  una  "asimmetria  insopportabile  tra  i  militari  protetti  dall'Alleanza  e  i  civili
             infinitamente  vulnerabili  che  i  militari  sono  venuti  a  salvare"  C3 4 )  e  Zbigniew
             Brzezinski ha ammesso che per il  resto del mondo "la  guerra all'americana sa di
             razzismo high tech.  La  sua premessa occulta è  che la  vita di un solo nostro solda-
             to  vale  di  più  di  quella  di  migliaia  di  kosovari"  C3S).  Il  mondo  del  futuro  vedrà
             molto  probabilmente  una  crescente  dicotomia  tra  la  guerra  tecnologica
             dell'Occidente,  che vuole minimizzare  i rischi  per i propri uomini in divisa,  e  le
             guerre  "sporche"  delle  tribù,  delle etnie  e  dei gruppi religiosi  dell"'altro mondo"
             (che  può  essere  anche  in  Europa,  vedi  Bosnia  e  Kosovo!)  dove  la  vita  umana
             vale  poco,  la  mina  antiuomo,  il  kalashnikov  o  persino  il  machete  dominano
             ancora  il  campo  di  battaglia  e  viene  messa  in  discussione  "la  concezione  clau-
             sewitziana della dipendenza della grammatica militare dalla logica politica e della
             violenza  dei  mezzi  dalla  razionalità  dei  fini"  C3 6 ).  Sarebbe  per  l'Occidente  un
             grave errore,  già  commesso in Vietnam,  dare  per scontata una facile  vittoria  del
             proprio modo di combattere sull'altro.

             Potere marittimo, potere aereo, forze terrestri come. strumento di politica
             estera
                 Le  guerre  del  Golfo  e  del  Kosovo,  i  raid  aerei  in  Bosnia  e  in  Iraq  hanno
             riproposto  il  problema,  già  dibattuto  dopo  la  seconda  guerra  mondiale,  se  una
             guerra  possa  essere  vinta  solo  con  l'aviazione  ed  hanno  rinnovato  il  dibattito
             sulla  questione se il  potere aereo abbia sostituito il  potere marittimo come soste-
             gno  privilegiato  della  diplomazia.  Tra  i  primi  commentatori  della  guerra  del
             Kosovo,  se John  Keegan  ha  fatto  autocritica  per il suo  iniziale  scetticismo  sulla
             possibilità  della  sola  aeronautica  di  risolvere  il  conflitto,  il  direttore  del-
             l'Internationallnstitute ofStrategic Studies, John Chipman, ha ribadito che la forza
             aerea  non  è  sufficiente,  sottolineando  l'aiuto  dato  sul  terreno  dai  guerriglieri
             dell'UCK,  che forzavano  i serbi ad uscire  allo  scoperto e  ad essere  così colpiti,  e
             dalle forze  speciali della  NATO  infiltrate sul territorio  e  che la  decisione  dei serbi
             di  atTendersi  è  stata fortemente  influenzata dalle sempre più  insistenti minacce di
             una  invasione  da  terra.  Il  Segretario  Generale  della  NATO  Javier  Solana  ha
             ammesso che il  fattore  più  importante è  stato l'arrivo del bel tempo,  che ha per-
             messo  di  aumentare  il  numero e  l'efficacia  delle  incursioni aeree  (come si  vede,
             qualcosa delle  guerre medievali e  moderne, combattute prevalentemente o  esclu-
             sivamente in primavera ed estate,  è rimasto!).  Soprattutto si  è  rilevato che "vincere
             significa che tornano i rifugiati e ciò non lo può ottenere un B52".
                 Quanto alla seconda questione, delle tre Forze Armate,  la Marina è sempre tra-
             dizionalmente stata considerata la  più  "diplomatica",  quella maggiormente in grado
             di  essere  strumento  flessibile  di  politica  estera.  Non  a  caso  è  nata  l'espressione
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