Page 171 - II Convegno Nazionale di Storia Militare - Atti 28-29 ottobre 1999
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POLITICA ESTERA E POLITICA MILITARE 161
"diplomazia delle cannoniere": vituperata come quintessenza del colonialismo e
dell'imperialismo europeo, viene oggi nobilitata chiamandola peacekeeping o
peace enforcement. Con il nuovo od il vecchio nome resta il fatto che la "diplo-
mazia delle cannoniere" è "l'esistenza stessa delle marine militari e del loro
impiego, spesso incruento e altrettanto spesso acquietante, a sostegno della
diplomazia e della politica. E a questa non vi sono altri succedanei di appoggio
militare, né aerei, né terrestri, perché il loro impiego condurrebbe sempre alla
violazione delle regole internazionali sulla sovranità degli spazi, a un manifesto
gesto di ostilità e, quindi, al peggioramento di crisi e tensioni" C3 7 ).
Innumerevoli sono gli esempi storici dell'uso significativo del potere navale
in politica estera. Ne ricorderò due di diverso aspetto. Nell'ambito della questio-
ne d'Oriente, a seguito della prima crisi egiziana del 1833 provocata dalle ambi-
zioni del Pascià d'Egitto Mehemet Alì, ribelle al Sultano, il governo britannico,
per impulso del ministro degli esteri Lord Palmerston, diede facoltà all'ambascia-
tore a Costantinopoli di chiamare a sua discrezione nelle acque degli Stretti la
flotta inglese nel Mediterraneo, in caso di minaccia all'Impero ottomano, protetto
da Londra. Nel 1962 per affrontare la crisi dei missili a Cuba, la più grave della:
guerra fredda, gli Stati Uniti avevano tre opzioni militari: l'invasione dell'isola, il
bombardamento delle rampe missilistiche e il blocco navale. Le prime due avreb-
bero immediatamente innalzato il livello dello scontro, mentre la terza, prescelta,
consentì maggiori margini di manovra alla diplomazia. Nell'attuale momento
delle relazioni internazionali, "passate dal congelato e congelante clima della
guerra fredda a quello assai più complesso della pace violenta", "le Marine offro-
no ai governi mezzi senza eguali nel campo delle relazioni internazionali" C3S).
È stato peraltro sostenuto che il potere aereo ha largamente sostituito il
potere marittimo come strumento della politica estera, in particolare "della
deterrenza e della compellenza, quindi della "diplomazia coercitiva"", e che "la
politica "dei cacciabombardieri" ... ha parzialmente sostituito quella "delle canno-
niere"" C 3 9). Ma naturalmente una seria politica militare impone più che mai di
ragionare in termini interforze ed il conseguimento di obiettivi politico-diploma-
tici richiede quasi sempre un controllo del territorio che può essere garantito
solo da truppe di terra. Una esigenza già riconosciuta proprio da un teorico del
potere marittimo, Sir Julian Corbett: "Uno stato marittimo, per condurre con suc-
cesso una guerra e per attuare la particolarità della sua forza, deve concepire ed
usare la marina e l'esercito come strumenti fra loro intimamente legati, così
come lo sono le tre armi di terra (fanteria, cavalleria ed artiglieria) ... Poiché
l'uomo vive sulla terra e non sul mare, i grandi scontri tra nazioni in guerra
sono sempre stati decisi- eccetto rarissimi casi- o da ciò che l'esercito può fare
contro il territorio e la vita della nazione nemica, oppure dal timore di ciò che la
flotta può consentire all'esercito di fare" C 40 ).
La sovranità militare dell'Europa
La guerra del Kosovo ha costituito un esempio del pericolo indicato alcuni
anni fa in un eccellente volume sulle conseguenze per l'alleanza occidentale

