Page 164 - II Convegno Nazionale di Storia Militare - Atti 28-29 ottobre 1999
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1943 ed a causa dello schematismo paralizzante della guerra fredda, oggi risco-
perto in seguito alla fine del conflitto est-ovest, vale la pena di leggere un mae-
stro come Raymond Aron: "Il concetto di interesse nazionale implica semplice-
mente che i governanti si preoccupino in primo luogo della nazione di cui sono
responsabili, della sua sicurezza e della sua esistenza, che non si propongano
fini smisurati, che non si facciano illusioni sulle risorse di cui dispongono e che
non sognino di trasformare il mondo. Gli slogan vaghi - un universo safe for
democracy, la sicurezza collettiva - finiscono normalmente con l'allargare e
l'aggravare le guerre. Lungi dall'essere colpevole, l'egoismo delle nazioni è ragio-
nevole e anche morale. I diplomatici d'ispirazione idealista si lasciano cullare dal
sogno di una concezione universalmente valida della società nazionale o interna-
zionale. Così, l'idealismo degrada in imperialismo" (5).
L'influenza di uno Stato negli affari internazionali, la capacità di persuadere
o costringere gli altri Stati a conformarsi alla propria volontà, può esercitarsi con
maggiore efficacia se si è in grado di impiegare rapidamente una valida forza
militare e se è credibile la propria volontà di usarla. Un brillante diplomatico e
scrittore britannico, Harold Nicolson, in un fortunato libretto (G) identifica due
concezioni della diplomazia. La prima, "guerriera" o "eroica", di derivazione mili-
tare e feudale, considera la diplomazia come una "guerra con altri mezzi"; la
seconda "mercantile" o "bottegaia", di derivazione borghese, fa propria la prassi
del commercio e ritiene un compromesso fra contendenti generalmente più con-
veniente della completa distruzione del rivale. La prima concezione avrebbe ispi-
rato la diplomazia tedesca, la seconda quella britannica, ma certo le parole che
Lord Palmerston pronunciò nel 1844 alla Camera dei Comuni suonano più "guer-
riere" che "bottegaie": "L'influenza all'estero si mantiene solamente mettendo in
opera uno o l'altro di due principii: speranza e paura ... I paesi potenti devono
essere indotti a temere che incontreranno l'opposizione dell'Inghilterra a qualun-
que atto ingiusto o verso noi stessi o verso coloro che a noi sono legati da vinco-
li di amicizia" m. Non diversamente aveva scritto Machiavelli: "Le repubbliche e
gli principi veramente potenti non comperano l'amicizie con danari, ma con la
virtù e la riputazione delle forze". Va da sé che c'est l'argent quifait la guerre,
anche se il segretario fiorentino pensava diversamente (B).
Politica estera e strategia militare
Se si arriva all'uso della forza, il ruolo dei militari diventa preponderante,
ma non esclusivo; il ruolo dei diplomatici resta importante per tessere alleanze,
isolare i potenziali avversari, negoziare la pace. La subordinazione dello strumen-
to militare al potere politico è sostenuta anche dal massimo teorico della guerra.
Von Clausewitz scrive infatti: "La politica ha generato la guerra: essa è l'intelligen-
za, mentre la guerra non è che lo strumento; l'inverso urterebbe il buon senso.
Non resta, dunque, che subordinare il punto di vista_ militare a quello politico".
Egli però precisa anche: "Perché una guerra risponda interamente ai disegni della
politica, e perché la politica sia all'altezza dei mezzi di guerra, quando l'uomo di

