Page 160 - II Convegno Nazionale di Storia Militare - Atti 28-29 ottobre 1999
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potenza come l'Italia, sia che si trattasse della costmzione dell'impero in Africa,
sia della crociata antibolscevica in Spagna, impresa dispendiosa e priva di vere
contropartite alla vigilia del secondo conflitto mondiale. Nel corso di questo, poi,
senza una pianificazione vera e propria degli obiettivi e, soprattutto, senza una
reale preoccupazione di una concordanza fra gli obiettivi stessi e i mezzi per
conseguirli: per oltre tre anni infatti gli sforzi apparvero piuttosto finalizzati a
emulare e contrastare l'alleato tedesco che a realizzare coerentemente un preciso
disegno strategico.
A contribuire alla sconfitta contribuì anche, e in misura non trascurabile,
l'incapacità dimostrata dal regime di procedere a una mobilitazione in qualche
misura paragonabile a quella realizzata nella prima guerra mondiale, soprattutto
in relazione al diverso molo giocato nelle due guerre dalla borghesia nazionale;
un'incapacità che va intesa anche in senso politico e che può essere spiegata
forse con la natura della guerra che gli italiani furono chiamati a combattere: una
guerra non più nazionale, come lo era stata la prima, durante la quale - soprat-
tutto dopo Caporetto - era stata raggiunta, pur tra mille compromessi, una
sostanziale unità nazionale che permise di superare il delicatissimo momento e
vincere la guerra. Ora invece si trattava di una guerra di parte, una guerra "fasci-
sta" che, oltretutto, autorizzava molti a chiamarsi fuori, per così dire, a crearsi
alibi, soprattutto man mano che gli eventi andavano prendendo una piega nega-
tiva. L'8 settembre costituì l'epilogo per certi versi inevitabile dell'intera vicenda e
la catastrofe coinvolse soprattutto le Forze armate, per la funzione di simbolo
dell'unità nazionale che esse ancora conservavano.
Negli anni immediatamente successivi a quegli eventi fu ampiamente dibat-
tuta la questione se l'esercito sia stato piuttosto vittima che colpevole dell'armisti-
zio; non è certo nostra intenzione risuscitare i termini di quel dibattito: ci sembra
soltanto di poter dire che nella circostanza le Forze armate pagarono per tutti,
finendo per accollarsi anche colpe non loro.
Altrettanto certo è che quegli eventi ebbero una ricaduta estremamente
negativa sul mondo militare, segnandone in maniera decisiva quella che oggi si
usa definire l'immagine.
Dopo vent'anni di un regime che aveva messo tutti in divisa usando per i pro-
pri ftni politici i valori, le forme (gli orpelli!) del mondo militare, gli italiani mostrava-
no fastidio e senso di ripulsa per tutto ciò che con questo mondo aveva a che fare.
Negli anni successivi al secondo conflitto mondiale non contribuì certo a
migliorare la situazione il prevalere, sul piano culturale, di ideologie antimilitari-
ste o pacifiste che spesso hanno favorito il rifiuto preconcetto (quasi una vera e
propria rimozione) delle tematiche legate al mondo militare, forse nell'illusione
che assumendo posizioni imbelli, si possa esorcizzare il problema-guerra, esecra-
bile quanto si vuole, ma a tutt'oggi ineliminabile.
Questi stati d'animo hanno assunto di tanto in tanto punte particolarmente
vimlente - come avvenne a cavallo degli anni '60-70 - ma si può dire che in
generale si annidino sempre allo stato latente nel tessuto culturale del paese.

