Page 216 - Le Forze Armate e la nazione italiana (1915-1943) - Atti 22-24 ottobre 2003
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è costituito dalla dottrina sull'impiego dei mezzi corazzati che in Italia conti-
nuano ad essere considerati come arma di mero accompagnamento dell'azione
offensiva della fanteria mentre i tedeschi, negli stessi anni, ne teorizzano l'uso
come massa di manovra e punta di diamante dell'azione offensiva, cuneo atto
a spezzare il fronte nemico per realizzare azioni in profondità per aggirare lo
schieramento avversario.
L'esperienza fatta nella guerra d'Etiopia contro un esercito disorganizzato e scar-
samente armato, rinvigorisce i sostenitori della guerra di movimento che teorizza-
no forme ultradinamiche come la "guerra di rapido corso". Lo stesso Badoglio, che
pure non ama le innovazioni, è costretto ad ammettere che la divisione ternaria,
almeno in quel tipo di teatro di operazione, risulta di difficile comando e impie-
go. Si giunge così, con l'ordinamento Pari ani, all'introduzione della divisione bi-
naria che non rappresenta un semplice mutamento organico ma una reale modificazione
delle funzioni dell'unità divisionale che perde la sua capacità di manovra per tra-
sformarsi in una colonna d'urto e di penetrazione e la manovra diviene così una
funzione specifica del corpo d'armata. Contemporaneamente la partecipazione al-
la guerra civile spagnola e l'ammodernamento della flotta riducono, in termini re-
lativi, il budget dell'esercito che non può dunque procedere all'ammodernamento
delle artiglierie di medio e grosso calibro, all'introduzione di pezzi semoventi e al-
lo sviluppo dell'armamento controcarro, antiaereo e all'accumulo di sufficienti scor-
te indispensabili per una futura guerra che si prevede di "rapido corso" e di
movimento. AI quadro sinteticamente delineato si aggiungono le deficienze nel cam-
po del personale specializL.ato. Ne risulta quindi un macroscopico sfasamento tra
una dottrina tattica tutta orientata alla guerra di movimento e le reali possibilità
concrete seriamente limitate dall'insufficienza delle scorte, dei materiali, dei mez-
zi e degli uomini. Deficienze che, a ben vedere, risalgono alla struttura arretrata
del capitalismo e della società italiana ma sono anche riconducibili a una carente
quanto superficiale sensibilità politica ai problemi militari anche durante il ven-
tenni o fascista che appare ai più, erroneamente, fortemente compreso dei proble-
mi militari mentre tende ad una "militarizzazione" della società che mortifica,
attraverso la progressione delle carriere per meriti politici, la' "professionalità". Le
risorse finanziarie sono limitate e il regime, per ampliare e mantenere il consenso,
ha bisogno di realizzazioni "sociali" dai costi economici rilevanti. Il mancato con-
trollo politico delle forze armate determina il mantenimento in vita della Milizia
Volontaria di Sicurezza Nazionale, un esercito tutto politico, inutile "doppione",
che drena risorse che avrebbero potuto essere proficuamente utilizzate per mo-
dernizzare le forze regolari. Sarebbe comunque un errore addossare tutte le re-
sponsabilità al fascismo e a Mussolini e questo vale non solo per le questioni militari.
Se accettiamo l'interpretazione - e questo mi sembra ormai largamente condiviso
- del fascismo come "sistema" autoritario e non totalitario ne consegue la natura
compromissoria che il regime assume e dunque la persistenza di poteri "altri"

