Page 222 - Le Forze Armate e la nazione italiana (1915-1943) - Atti 22-24 ottobre 2003
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             8 gennaio  1936.  ( ... )  mai  pubblicare  foto  suscettibili  di  far  credere  che  i nostri
             soldati  intrattengano  rapporti di  intimità  con gli  indigeni  dell'Africa  Orientale.
             Guardare  anche  che  le  corrispondenze  non  si  prestino  a  tali  interpretazioni.  Si
             può  tollerare che si  sia  ben  disposti  verso  gli  indigeni,  ma  non si  può ammetter
             che li si qualifichi degni di atti di cordialità. Che li  si  protegga, se serve, ma che ci
             si guardi bene dal trattarli alla pari "(8).
                Analogamente,  qualche  mese  prima e nella  lontana Mosca,  Palmiro  Togliatti
             aveva  preso  le  mosse  nelle  proprie  lezioni  proprio  dal  dato  di  fatto  del  radica-
             mento del  regime reazionario fra  le  masse  degli  italiani.  Proprio nel momento in
             cui proponeva un lavorio antifascista all'interno delle organizzazioni di massa del
             regime, il suo primo insegnamento consisteva nell'invito a conoscerle e a studiar-
             ne  l'efficacia.  Togliatti,  citando  Clara  Zetkin,  ricordava  che  per  comprendere il
             fascismo  era necessario "unire, collegare due  elementi:  la  dittatura  della borghe-
             sia  e il  movimento delle masse  piccolo-borghesi";  suggeriva  la  specificità italiana
             tanto della  borghesia quanto  delle classi  popolari  ("Il  fascismo  in  vari  paesi  può
             avere delle forme diverse. Anche le masse di vari paesi hanno delle forme diverse
             di  organizzazione")  e  insisteva  sul  fatto  che  "il  fascismo  comprende  nelle  sue
             organizzazioni quasi tutta la popolazione attiva del paese". Ciò a suo avviso dava
             al  fascismo  una base ampia di  consenso (ma,  aggiungeva, anche di  "contraddizio-
             ni":  da qui l'affermazione secondo cui "è un errore ritenere che il  totalitarismo ci
             precluda la via della lotta") (9).
                A questi  due  esempi,  altri  potrebbero  essere  aggiunti.  È insomma  possibile
             affermare che, sia pur da sponde diverse, all'antifascismo italiano non sfuggiva il
             tema  del  consenso.  Anzi  proprio gli  antifascisti  si  interrogavano sulle  specifiche
             radici  e forme  di  quel  consenso intercorso al  tempo  della guerra d'Etiopia,  o ad
             essa  seguito.  Da  queste  radici  e con  questa  ispirazione,  il  tema  non  poteva non
             passare nella storiografia che a queste grandi interpretazioni venne ispirandosi.
                È invece  vero che  la  Liberazione, la conquista della libertà e la  costruzione
             della  democrazia  repubblicana  fecero  spostare  l'attenzione  degli  storici.  Dal
             cruccio per il  consenso si  passò agli  aspetti della forza e della violenza del regi-
             me  totalitario,  più  che  a  quelli  del  consenso  e  della  propaganda.  Si  potrebbe
             affermare che vi  fu,  in  quegli anni, una comprensibile e anche orgogliosa sotto-
             valutazione:  ma,  ancora una  volta,  non si  taceva. Si  pensi ad esempio alle  pagi-
             ne  in  cui  Federico  Chabod, già  nel  1950,  non solo  non  taceva  sul  consenso  al



                (8)  Silvio Trentin, Dieci anni di  fascismo  totalitario in Italia.  Dall'istituzione del tribunale
             speciale alla  proclamazione dell'impero  (1926-1936),  (1937)  presentazione di  Enzo  Santarelli,
             Roma, Editori riuniti, 1975, p.  106-107.
                (9)  Palmiro  Togliatti,  Lezioni sul  fascismo,  (1935)  prefazione  di  Ernesto  Ragionieri,
             Roma, Editori riuniti, 1970, p. 4, 5, 183.
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