Page 244 - Le Forze Armate e la nazione italiana (1915-1943) - Atti 22-24 ottobre 2003
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226 NICOLA LA BANCA
Da dove è tratta tale impressione, cioè su cosa si misura il consenso e la popola-
rità delle forze armate? Da varie fonti. Disponiamo ormai di lettere, rapporti, varia
documentazione e persino qualche fonte orale che ci parla del morale dei combat-
tenti e del Paese che li attende. Da ricerche e studi sulla guerra e sulla sua comuni-
cazione ad esempio attraverso la stampa sappiamo dell'enfasi posta dal regime
sull'opera svolta dalla Milizia volontaria di sicurezza nazionale: un'opera incompa-
rabilmente minore rispetto a quella svolta dalle forze armate regolari, eppure
straordinariamente esaltata. Immagini, fotografie e resoconti delle manifestazioni
per la partenza delle truppe - e, quando furono svolte, per il loro ritorno - parlano
del ruolo importante, nel rapporto fra forze armate e fascismo, svolto in esse dal
partito fascista. Infine a livello politico più generale è incontestabile che fu il duce e
non le forze armate, fu Mussolini e non Badoglio a stare al centro delle celebrazioni
per la proclamazione dell'Impero. Va peraltro aggiunto che la divisione fra Bado-
glio e Graziani indebolì la tradizionale immagine di compattezza delle forze arma-
te: senza per questo sostituirvi nessun'altra icona, foss'anche quella più dinamica di
strumento fascista della guerra di rapido corso. Non sarebbe finito lì: dopo l'Africa
orientale a peggiorare l'immagine delle forze armate venne la Spagna che, al di là di
Guadalajara, avrebbe oscurato e sperperato il capitale di fiducia - e non solo quello
- comunque accumulato dalle forze annate in Africa ( 50 l.
Cesercito tradizionale di Badoglio aveva vinto quella "grande" guerra africana
che la piccola armata immaginata dal fascista De Bono aveva rischiato di perdere (o
quanto meno di non vincere nella forma e nei tempi voluti da Mussolini). Ma non fu
l'esercito regolare a l'accoglierne i frutti: bensì il regime, il fascismo, il duce che
quell'esercito sembrava avessero forzato e condotto alla vittoria. Cesercito perse con
il 1935-36 non poco anche della sua vecchia immagine di autonomia, un'immagine
che veniva dalla condotta e dal risultato del 1914-18: la perse perché si era sottomes-
so a combattere una guerra chiaramente fascista quale era stata quella per l'Etiopia.
In conclusione l'impressione è che le forze armate vinsero la guerra ma, nel li n-
guaggio del marketing, persero la pace avendo perso il proprio brand, il proprio
marchio e qualcosa della propria immagine nel tempo di pace. Vinsero militarmen-
te in Etiopia ma persero politicamente in Italia. Vinsero forse qualche briciola di
consenso in alcuni dei pochi mesi della guerra, ma persero - nell'immaginario degli
italiani - ogni capacità condizionante nei confronti del regime e di Mussolini.
Le forze armate dovettero attendere il colpo del 25 luglio 1943 per recupera-
re - in circostanze non meno contraddittorie, a ruota della monarchia e dopo
una guerra persa - un proprio autonomo profilo e un qualche consenso.
(5 O) Ne abbiamo fatto qualche cenno nel nostro Nicola Labanca, Guerre, eserciti e
soldati, in Massimo Firpo, Nicola Tranfaglia, Pier Giorgio Zunino (diretta da), Guida all'Italia
cOI/temporanea 1861-1997, val. II, Politica e società, Milano, Garzanti, 1998. Cfr. anche, per
un saggio della storiografia piil recente, Nicola Labanca, L'istituziolle militare in Italia. Politica
e società, Milano, Unicopli, 2002.

