Page 264 - Le Forze Armate e la nazione italiana (1915-1943) - Atti 22-24 ottobre 2003
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               Ci  si  può  chiedere  se  la  lunghezza  della  partita  (32  mesi)  preoccupi  molti
            italiani:  no e sì.
               No,  perché  il  1914-18  ha  abituato  a  guerre  lunghe  e  perché anche  l'altro
           grande conflitto in corso (Giappone-Cina) non ha affatto l'aria di finire  presto.
            Insomma l'idea di Blitzkrieg è ancora da inventare. I sette mesi dell'Abissinia so-
            no apparsi  come  un  insolito  miracolo,  comunque in  ambiente  coloniale,  men-
            tre della successiva ininterrotta guerriglia si  parla pochissimo.
               Sì,  solo  per  quanti  pensano  alla  Spagna  come  a sabbie  mobili  (immagine  di
            Renzo  De  Felice)  che  inchiodano  Mussolini  all'alleanza tedesca  impedendogli  di
            cambiare  politica o di  destreggiarsi meglio  tra Londra e Berlino.  Tesi  interessante
            e oggi condivisa da vari studiosi, forse portati sia a svalutare certe coordinate ideo-
            logiche  che  si  mescolavano  spesso  col  coté  opportunistico  del  tiranno,  sia  a  di-
            menticare il fatto che ogni giorno di più egli diveniva prigioniero del suo personaggio.
            Non una Spagna più breve ma solo una battuta d'arresto tedesca in Francia nella
            primavera 1940 avrebbe forse  cambiato la politica del duce, nonostante i patti.
               In ogni caso non sembra che nel 1936-1939 le diffuse preoccupazioni per una
            politica di rischio e tensione continua vedessero nella Spagna qualche cosa di più
            temibile  dell'Anschluss,  della  crisi  sudetica,  di  Praga,  delle  leggi  razziali,  dell'Al-
            bania o  del  patto d'Acciaio.  Il  desiderio  di  "tirare i remi  in  barca"  (altra espres-
            sione di De Felice) si riferiva a troppe cose più minacciose della Spagna, benedetta
            dopo tutto anche dalla Chiesa.
               Inoltre le perdite umane in Spagna, in se stesse non trascurabili (circa 3.500
            uomini)  non costituiscono,  secondo  metri  di  allora,  la  tragedia nazionale  che
            significherebber'o  oggi.
               Nell'opinione  pubblica  rientrano  infine  anche  i  pensieri  degli  sprovveduti.
            Ad  aprile  1939  nella  Milano  imbandierata  per la  "vittoria" di  Madrid,  un  ra-
            gazzino dodicenne è condotto a giocare ai  giardini pubblici sotto la sorveglian-
            za di una "colf", proveniente dalle zone più povere della Valtellina (che non ha
            ancora scoperto il  turismo). La giovane dà palesi segni di  gioia e di eccitazione
            e,  richiesta della  ragione, dice:  "Perché abbiamo  preso la  Spagna". All'obiezio-
            ne che  l'ha presa Franco risponde:  "Sì,  ma dopo ce  ne  dà metà a noi".



            Un "nuovo" antifascimo

               Nelle  settimane  tra la  proclamazione  dell'Impero  (maggio  1936)  e la  cessa-
            zione delle sanzioni (15  luglio  1936) Mussolini è allo zenit della popolarità e del
            consenso.  Soprattutto  perché  la  vittoria sembra avere  il  grato sapore della  tran-
            quillità. Il duce stesso dichiara in interviste al  "Daily Mail" e al "Daily Telegraph"
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