Page 316 - Le Forze Armate e la nazione italiana (1915-1943) - Atti 22-24 ottobre 2003
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                Una seria crisi fu  registrata all'interno delle stesse istituzioni militari.  I repar-
            ti  in  Italia non avevano  neanche briciole dell'ardore che  le  unità combattenti di-
            mostravano sui vari fronti nei momenti difficili; le reclute che si presentavano alle
            armi erano sempre più fiacche e svogliate; furono segnalati in aumento casi di di-
            serzione e di  autolesionismo.  Crebbe, nei  militari in  genere, la voglia di  ritorna-
            re alle proprie famiglie:  un fenomeno che il censore definì preoccupante e "suscettibile
            di  ulteriori possibili conseguenze".
                Ma la  frattura  più  seria  fu  registrata  a fine  anno, proprio fra  le  truppe ope-
            ranti:  la guerra dopo  due  anni aveva  usurato i quadri  esperti ed anziani,  ed era
            venuto  meno l'affiatamento fra capi e gregari.
                I! 1942 rappresentò per gli  italiani l'anno del  non ritorno. Lo stato di  males-
            sere e di prostrazione divenne generale. Sullo spirito dei combattenti ai  fronti pe-
            sarono ancor più le notizie sempre peggiori che ricevevano da casa. I! fronte interno
            non soffriva più soltanto per i lutti, per la fame,  per i bombardamenti e per la la-
            titanza  di  ogni  organo di  protezione  dello  Stato,  ma  anche  per  i forti  timori  di
            una prossima, devastante invasione del territorio nazionale. Tale era il terrore che
            addirittura giravano e venivano alimentate voci di interventi del Vaticano per una
            prossima pace, e di un fantasioso quanto improbabile incontro fra Mussolini, Hi-
            tler e Molotov per discutere di "premesse di  armistizio"
                L'armonia dei due fronti, tanto paventato dalla propaganda, si  rilevava inol-
            tre pura utopia. Se era stato possibile nella grande guerra lanciare lo slogan "cit-
            tadini  e  soldati,  siate  un  esercito  solo",  ora le  condizioni  del  fronte  interno,
            completamente disastrato dal  conflitto, non consentivano neanche lontanamen-
            te di richiedere sacrifici a favore dei combattenti. Ne è prova il fatto che non fu-
            rono  lanciati  prestiti  di guerra:  la  povertà era tale  che  il  regime  non riusciva  a
            salvare neanche le  apparenze.
                In  questo  clima,  si  affacciò  il  1943.  Bastano  pochissimi stralci  delle  corri-
            spondenze per delineare quale fosse lo spirito delle truppe. Dai Balcani, molte let-
            tere  riportavano  le  disastrose  condizioni  dell'equipaggiamento:  "ci  sono  quelle
            giornate di  pioggia e che il  sottoscritto ha le scarpe rotte, talmente rotte, che non
            può neanche andare a prendere il  rancio perché si bagna i piedi". Dall'Mrica, de-
            precabile l'armamento, specialmente per quanto riguardava i carri armati leggeri,
            ormai diventati "scatole di sardine, bare".  Dai reduci della Russia, la tragedia su-
            bita veniva anche essa attribuita all'inefficienza dell'armamento: "la nostra rovina
            è stata quella delle armi inutili".

                Le truppe dislocate sul territorio nazionale, inoltre, erano ritenute ormai di
            spirito  combattivo  nullo,  per  la  scarsa  attenzione  loro  prestata e  per  la  lunga
            "convivenza"  con la  popolazione civile  del  posto,  che  forte  influenza  negativa
            esercitava su  soldati, marinai,  avieri.
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