Page 316 - Le Forze Armate e la nazione italiana (1915-1943) - Atti 22-24 ottobre 2003
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298 NICOLA DELLA VOLPE
Una seria crisi fu registrata all'interno delle stesse istituzioni militari. I repar-
ti in Italia non avevano neanche briciole dell'ardore che le unità combattenti di-
mostravano sui vari fronti nei momenti difficili; le reclute che si presentavano alle
armi erano sempre più fiacche e svogliate; furono segnalati in aumento casi di di-
serzione e di autolesionismo. Crebbe, nei militari in genere, la voglia di ritorna-
re alle proprie famiglie: un fenomeno che il censore definì preoccupante e "suscettibile
di ulteriori possibili conseguenze".
Ma la frattura più seria fu registrata a fine anno, proprio fra le truppe ope-
ranti: la guerra dopo due anni aveva usurato i quadri esperti ed anziani, ed era
venuto meno l'affiatamento fra capi e gregari.
I! 1942 rappresentò per gli italiani l'anno del non ritorno. Lo stato di males-
sere e di prostrazione divenne generale. Sullo spirito dei combattenti ai fronti pe-
sarono ancor più le notizie sempre peggiori che ricevevano da casa. I! fronte interno
non soffriva più soltanto per i lutti, per la fame, per i bombardamenti e per la la-
titanza di ogni organo di protezione dello Stato, ma anche per i forti timori di
una prossima, devastante invasione del territorio nazionale. Tale era il terrore che
addirittura giravano e venivano alimentate voci di interventi del Vaticano per una
prossima pace, e di un fantasioso quanto improbabile incontro fra Mussolini, Hi-
tler e Molotov per discutere di "premesse di armistizio"
L'armonia dei due fronti, tanto paventato dalla propaganda, si rilevava inol-
tre pura utopia. Se era stato possibile nella grande guerra lanciare lo slogan "cit-
tadini e soldati, siate un esercito solo", ora le condizioni del fronte interno,
completamente disastrato dal conflitto, non consentivano neanche lontanamen-
te di richiedere sacrifici a favore dei combattenti. Ne è prova il fatto che non fu-
rono lanciati prestiti di guerra: la povertà era tale che il regime non riusciva a
salvare neanche le apparenze.
In questo clima, si affacciò il 1943. Bastano pochissimi stralci delle corri-
spondenze per delineare quale fosse lo spirito delle truppe. Dai Balcani, molte let-
tere riportavano le disastrose condizioni dell'equipaggiamento: "ci sono quelle
giornate di pioggia e che il sottoscritto ha le scarpe rotte, talmente rotte, che non
può neanche andare a prendere il rancio perché si bagna i piedi". Dall'Mrica, de-
precabile l'armamento, specialmente per quanto riguardava i carri armati leggeri,
ormai diventati "scatole di sardine, bare". Dai reduci della Russia, la tragedia su-
bita veniva anche essa attribuita all'inefficienza dell'armamento: "la nostra rovina
è stata quella delle armi inutili".
Le truppe dislocate sul territorio nazionale, inoltre, erano ritenute ormai di
spirito combattivo nullo, per la scarsa attenzione loro prestata e per la lunga
"convivenza" con la popolazione civile del posto, che forte influenza negativa
esercitava su soldati, marinai, avieri.

