Page 130 - Repubblica e Forze Armate. Linee interpretative e di ricerca - Atti 25-26 ottobre 2006
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Anna Maria Isastia

             Queste considerazioni esternate con ammirevole onestà da una intellettuale
           che non può certo essere sospettata di simpatie "di destra" giustificano e spie-
           gano il brusco risveglio di un'intera generazione che, solo di fronte alla guerra e
           alla sconfitta, si rese conto dell'enorme distanza tra quello che credeva e la real-
           tà dei fatti. Il brusco risveglio di un popolo sconfitto in guerra e la metabolizza-
           zione di  questa  sconfitta è l'oggetto del volume di Wolfgang Schivelbusch, La
           cultura dei vinti.
             L'uomo ha sempre conosciuto la guerra, una guerra che,  prima fatta  senza
           regole, con l'avanzare della civiltà è stata gradualmente regolata da una serie di
           leggi e consuetudini che hanno disciplinato sempre meglio i conflitti militari tra
           stati.  La guerra dunque è stata progressivamente razionalizzata e sottoposta a
           regole.  Purtroppo, però, dalla guerra "civilizzata" dell'800  si  è poi passati alla
           guerra  totale  novecentesca  e  la  storìa  di  questo  ritorno  alla  barbarie  è  stata
           ampiamente raccontata e meditata, mentre «le sue ricadute psicologiche e cultu-
           rali rimangono in gran parte inesplorate». 2
             Quanto sia vasta e dolorosa questa lacuna lo  racconta, all'opposto, l'analisi
           accurata che Schivelbusch fa  (dal 1865 al  1918) di come un paese che ha perso
           una guerra elabora il  trauma della sconfitta e con quali ricadute, perché sappia-
           mo  bene che  una sconfitta in guerra  proietta sul  dopoguerra del paese vinto
           un'ombra lunga, che ne condiziona a lungo la vicenda politica e culturale.
             Anche se  la  storia è scritta dai vincitori «essa  non si lascia mai governare a
           lungo»3  e se «a  breve termine  la  storia può  forse  essere  fatta  dai  vincitori,  nel
           lungo termine la  conoscenza storica viene maggiormente arricchita dai vinti>>.
           Anzi, secondo l'A. «essere sconfitti sembra essere una fonte inesauribile di pro-
           gresso intellettuale»:'
             Sappiamo che ogni società vive la sconfitta in un modo diverso, eppure nella
           storia si ritrovano dei modelli che si ripetono nel tempo.
             Se la disfatta militare è seguita da una rivoluzione interna <<il  rovesciamento
           del vecchio regime e la sua conseguente trasformazione nel capro espiatorio per
           la sconfitta della nazione vengono vissuti come una specie di vittoria>>.
              Questo in Italia fu  evidente dopo il 25 luglio, che fu vissuto come la fine di
           un incubo e l'inizio di  una nuova libertà, anche  se  si  trattò  solo  della  fine  del
           governo Mussolini  e  nei  progetti  dei  componenti del  Gran Consiglio  e  dello
           stesso re non si pensava affatto alla fine del fascismo.
                      <<Per un momento,  il nemico esterno  non appare più come un avver-
                   sario,  bensì quasi come un alleato, grazie al cui aiuto il regime preceden-
                   te{.) è stato rimosso dal potere».s
              Questo è  tanto  vero  in  Italia  che  è  stato  a  lungo impossibile  affrontare  il
           nodo delle operazioni militari alleate sul territorio italiano. Si pensi alla guerra al




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