Page 131 - Repubblica e Forze Armate. Linee interpretative e di ricerca - Atti 25-26 ottobre 2006
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Repubblica e Forze Ar111ate

         sud dopo il  25 luglio 1943, che vide operare le  truppe francesi, inglesi e ameri-
         cane  come  truppe  di  occupazione  e  non  certo di  "liberazione".  Per lo  stesso
         motivo si tende a minimizzare il fatto che Napoli è stata la città più bombarda-
         ta d'Italia e,  più in generale, si  preferisce non approfondire quei temi che sem-
         brano stonare con la vulgata codificata delle vicende belliche.
            La sconfitta che porta alla  caduta del regime precedente dunque diventa in
         un certo senso sinonimo di  liberazione  e di  salvezza e  soprattutto di  rinnova-
         mento, quasi  di  una  nuova  nascita.  «L'euforia  che  segue  l'iniziale  depressione
         subito dopo la sconfitta funge da segnale di una ripresa dal crollo nervoso col-
         lettivo, una ripresa messa in moto dall'abbattimento dell'autorità>>.
            Ernst Troeltsch ha coniato la parola dreamland,  per indicare il fenomeno che
         porta a trasferire tutte le  colpe sul tiranno deposto, mentre la nazione sconfitta
         si sente purificata e priva di responsabilità o colpe.6
            Successivamente, per evidenti esigenze di compensazione psicologica la nazio-
         ne sconfitta elabora un suo mito, che le permette di superare la sconfitta cEmenti-
         cando completamente gli obiettivi e i programmi per i quali è entrata in guerra.
            Queste scarne annotazioni sulla psicologia delle masse di fronte alla guerra e
         alla  sconfitta si riferiscono  a coloro che la  guerra l'hanno combattuta o  subita
         sul  territorio  nazionale, a coloro cioè  che  hanno vissuto  i successivi momenti
         legati alle aspettative di vittoria, alla sconfitta, alla caduta del tiranno, alla reazio-
         ne alla sconfitta e infine all'elaborazione dei nuovi miti.
            Da tutto questo vissuto generale i prigionieri di guerra sono esclusi, in quan-
         to la loro vicenda li porta a vivere una diversa guerra e un diverso dopoguerra.
            I  soldati  partiti per l'Africa, i Balcani  o  la  Russia  hanno lasciato  una certa
         Italia. La  prigionia li  taglia  fuori dalla quotidianità della guerra e li  consegna ad
         una diversa guerra, la guerra per la sopravvivenza che un gruppo chiuso com-
         batte da sconfitto contro il nemico vincitore. Si tratta di sopravvivenza fisica, ma
         non solo. C'è la sopravvivenza della propria dignità, di valori condivisi e soprat-
         tutto della propria umanità.
            Le vicende di chi cade prigioniero del nemico e di  chi vive in patria sotto i
         bombardamenti portano a vivere guerre diverse, portano a maturare esperienze
         diverse e allontanano inesorabilmente chi  sta dietro il  reticolato da chi è libero
         delle sue scelte e della sua vita.
            Mentre gli uni elaborano coralmente il superamento della tirannia senza porsi
         domande  personali  e  senza  tanti  perché, gli  altri  si  macerano  nella  domanda:
         «come è possibile che non abbia capito prima che stavo sbagliando?».
            Abbiamo tutti negli occhi le immagini delle statue tirate giù dai piedistalli, dei
         fregi scalpellati nell'euforia collettiva per la caduta dei tiranni e poco importa che
         si chiamino Mussolini, Stalin o Saddam Hussein.




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