Page 178 - Atti 2012 - L'Italia 1945-1955. La Ricostruzione del Paese e le Forze Armate
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             contrasto con gli Alleati che auspicavano la creazione di un esercito volontario,
             mentre lo SME era convinto della necessità del servizio obbligatorio che avrebbe
             consentito superiori livelli organici e di forza. Nella scelta a favore di un Esercito
             di coscritti intervennero anche le autorità politiche che non vedevano di buon
             occhio reparti di volontari militarmente inquadrati e dotati di armamenti pesanti
             a causa di presunti timori per l’affidabilità democratica di simili unità. Correnti
             di antimilitarismo, presenti, infatti, in molti partiti del primo arco costituzionale
             del dopoguerra si opponevano sia ad una espansione organica delle Forze Armate
             sia al loro riconoscimento di un ruolo centrale nella società italiana, come svolto
             nel corso del ventennio fascista. Tali orientamenti politici punitivi verso i vertici
             militari erano emersi già nel corso della guerra di Liberazione quando il governo
             Bonomi aveva sciolto con decreto legge dell’11 novembre 1944 il corpo ed il ser-
             vizio di stato maggiore ed il 1° agosto 1944 il Comando supremo. sempre sotto
             Bonomi lo stesso stato maggiore del Regio Esercito perse gran parte della pro-
             pria autorità, avendo alla sua direzione un capo del rango di generale di brigata.
             il generale Ercole Ronco vide grandemente sminuite le attribuzioni della carica
             di Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, che divenne organo tecnico del Ministro
             della Guerra, perdendo ogni prerogativa di comando effettivo della Forza Armata.
             Anche il governo Parri con decreto del maggio 1945 proseguì sulle orme del pre-
             cedente gabinetto contraendo drasticamente la branca “informazioni” delle Forze
             Armate e ridimensionato le funzioni del Capo di Stato Maggiore Generale, che
             vennero ridotte ad una pura e semplice consulenza del Presidente del Consiglio
             dei Ministri, sottraendogli ogni funzione di comando sui capi di Stato Maggiore
             di Forza Armata.
                Il 10 febbraio 1947, con la firma del Trattato di pace a Parigi, ratificato dall’As-
             semblea costituente il 15 settembre, aveva termine l’esperienza dell’Esercito di
             transizione con la quale si era avviata, tra tanti ostacoli, una limitata ricostituzione
             delle Forze Armate nazionali. Le clausole militari presenti nello stesso trattato
             sembravano congelare quel processo di ricostruzione faticosamente avviato dai
             governi precedenti dopo la fine della guerra. Gli effettivi dell’Esercito furono,
             infatti, limitati a 185.000 soldati, ai quali si aggiungevano 65.000 carabinieri, con
             la facoltà di variare di 10.000 unità le due cifre. Era comunque vietato dalle clau-
             sole superare complessivamente la forza di 250.000 uomini. Le clausole militari
             vietavano inoltre qualsiasi forma di addestramento a personale non incorporato.
             Erano poi particolarmente severe riguardo alla dotazione di armi e mezzi da com-
             battimento per le truppe, vietavano di possedere armi autopropulse ed artiglierie
             con gittata superiore ai 30  km, di superare il numero di 200 carri armati, di acqui-
             stare o fabbricare materiale bellico giapponese o tedesco. Le frontiere dovevano
             essere smilitarizzate per una profondità di 20 km (entro un anno dovevano essere
             smantellate tutte le installazioni militari esistenti lungo il confine con la Francia
             e la Jugoslavia), così come l’isola di Pantelleria e le isole Pelagie (Lampedusa,
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