Page 47 - Atti 2012 - L'Italia 1945-1955. La Ricostruzione del Paese e le Forze Armate
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Gasperi), Luigi Chatrian, Vito Mario Stampacchia, Giuseppe Brusasca e France-
sco Moranino, comunista, poi condannato all’ergastolo per omicidio, rifugiato in
Cecoslovacchia, graziato dal presidente della repubblica Giuseppe Saragat), Luigi
Chatrian, Ugo Rodinò, Luigi Meda (IV governo De Gasperi), Meda, Rodinò ed
Enrico Malintoppi (V De Gasperi), Malintoppi, Enrico Bovetti e Nicola Vaccaro
(VI De Gasperi), Silvano Baresi, Onofrio Jannuzzi e Raffaele Resta (VII De Ga-
speri), Angelo Edoardo Martini, Giacinto Bosco e Gaetano Vigo (VIII D Gasperi),
Angelo Edoardo Martino e Giacinto Bosco (Pella).
I continui cambi dei ministri e sottosegretari rispecchiarono la rapida sequenza
dei diversi tempi della storia d’Italia. Al di là degli obiettivi più o meno dichiarati
delle diverse forze politiche, essi vanificarono alla radice la continuità d’azione
del Ministero, come era accaduto negli anni 1918-1922.
Il dodicennio in esame fu scandito in quattro diverse fasi. La prima andò dal-
la caduta del governo mussolini alla restituzione dell’amministrazione civile al
governo nazionale (luglio 1943-dicembre1945); la seconda coincise con la prepa-
razione del referendum sulla forma dello stato e dell’elezione dell’Assemblea Co-
stituente ; la terza durò dal trattato di pace all’adesione alla NATO; la quarta vide
la riorganizzazione delle Forze Armate dell’italia nel rapido declino dei Quattro
Grandi (USA,URSS, Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda, Francia) e l’avven-
to del bipolarismo USA-URSS (NATO-Patto di Varsavia).
Quei diversi segmenti si iscrissero in cornici ora di minori ora di vaste dimen-
sioni: fu il caso del passaggio dalla monarchia alla repubblica.
Anche se non poté essere detto con toni elevati, le Forze Armate furono un
pilastro della politica estera dei governi dal periodo bellico al (punitivo)Trattato di
pace e alla definizione delle sorti delle ex colonie italiane: una partita, questa, che
si protrasse sino al 1950, con ripetuti cambi di linee da parte delle maggiori forze
partitiche, in specie della sinistra. Inizialmente fautore della completa rinuncia a
ogni eredità coloniale, sia per motivi ideologici sia per segnare la discontinuità
con l’Italia liberale e monarchica interamente bollata come reazionaria, dopo il
Trattato di pace il Partito comunista non escluse la presenza italiana in Libia in
subordine agli obiettivi dell’Unione Sovietica, che aspirava a esercitare maggior
influenza nel Mediterraneo.
Altro pegno di lungo periodo fu la difesa dei confini nazionali, sia prima sia
dopo la firma del Trattato di pace, che ebbe conseguenze amare e definitive ma
meno traumatiche sul versante italo-francese mentre aprì una ferita gravissima e
mai rimarginata su quello orientale. Il confine italo-austriaco al Brennero (unica
eredità certa dell’intervento nella Grande Guerra) non venne rimesso in discus-
sione (non tanto per compiacere l’Italia quanto per lo status imposto all’Austria),
ma l’ “italianità” dell’Alto Adige fu e rimase al centro di lungo, aspro, complesso
contenzioso, che solo gli accordi De Gasperi-Gruber evitarono divenisse soggetto
di trattative internazionali.

