Page 372 - Le Operazioni Interforze e Multinazionali nella Storia Militare - ACTA Tomo I
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           intervento decisamente superiore dell’Arma rispetto all’impegno richiesto nei sette mesi
           di conflitto vero e proprio: il dispositivo aereo diveniva, a tutti gli effetti, complementa-
           re dell’esercito per quanto concernevano le funzioni di polizia coloniale, di controllo e
           difesa del territorio. E, nonostante allora non si potesse parlare di un Comando Opera-
           tivo Interforze, è molto probabile che, senza questo modello embrionale di jointness, le
           perdite in uomini sarebbero state molto più numerose.
              Ad impero dichiarato, con soltanto una parte di territorio sotto l’effettivo controllo
           italiano, l’Aeronautica venne chiamata a collaborare ancora più attivamente con il Regio
           Esercito, sviluppando quell’aerocooperazione che poco aveva in comune con le dottri-
           ne dell’impiego indipendente dell’Arma. Inizialmente i vertici militari si trovarono di
           fronte al problema delle enormi distanze che i velivoli dovevano coprire: tra l’Eritrea
           e la capitale, ad esempio, in pieno periodo delle piogge, tutti i campi più vicini erano
           inagibili a causa dell’acqua.
              Agli inizi dell’autunno 1936, l’Aeronautica dell’AOI era passata, dopo il generale
           Ajmone-Cat, sotto il controllo del generale di Squadra aerea Pietro Pinna che ne ridise-
           gnò la struttura alle radici: 4 comandi di settore e un Comando Aeronautica AOI trasfe-
           rito da Asmara alla capitale Addis Abeba.
              Quando Rodolfo Graziani, finite le piogge, diede il via alle operazioni di grande
           polizia coloniale, ordinando alle truppe di muovere lungo tre direttrici, il compito dell’a-
           eronautica fu quello di appoggiare i movimenti dei reparti dell’esercito, in tutti i modi
           possibili. Il concetto fondamentale che aveva infatti guidato i vertici dell’Arma Azzurra
           era stato quello di poter intervenire tempestivamente in qualunque luogo dell’impero
           in appoggio alle forze di terra impegnate nella controinsorgenza. Vennero pertanto or-
           ganizzate basi centrali, a carattere permanente, tutt’intorno alla capitale e a distanza di
           massimo 300 km; e basi periferiche, sempre a carattere permanente, fondamentali per
           la logistica e quindi anche per far fronte a tutte le necessità dei reparti; a questi due tipi
           di basi se ne aggiunse presto un altro, detto di “3^ categoria” e variamente distribuito
           sul territorio. I tre tipi erano poi completati da semplici basi di manovra, posizionate
           ovunque ce ne fosse bisogno. I reparti, per maggiore funzionalità, furono raggruppati in
           unità non superiori a quelle di Gruppo: quelli di Stormo e Brigata furono aboliti. Inoltre
           i gruppi furono articolati in due squadriglie da bombardamento e una da osservazione
           aerea, secondo una logica diversa da quella che si sarebbe utilizzata per una guerra eu-
           ropea.
              Per creare questa organizzazione, venne compiuto uno sforzo logistico senza pre-
           cedenti: automezzi della Regia Aeronautica, riuniti in autoreparti opportunamente di-
           slocati in funzione dell’esigenza, trasportarono 15.845,92 tonnellate di materiale con
           341 carri ferroviari e 3.390 autocarri, percorrendo complessivamente circa 3 milioni di
           chilometri.
              Aerei progettati per il bombardamento, e per tutto ciò che concerneva un conflitto,
           divennero utili alle esigenze più disparate, così com’era stato in Libia dieci anni prima:
           trasporto viveri, posta, persone e bagagli, ma anche ricognizione fotografica, raccolta
           informazioni e tutto ciò che concerneva la logistica. Essi - soprattutto i Caproni ca.101,
           ca.111, ca.133 - rifornirono quotidianamente sia le colonne in marcia, spesso tagliate
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