Page 373 - Le Operazioni Interforze e Multinazionali nella Storia Militare - ACTA Tomo I
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          fuori dalle  normali vie di comunicazione, sia i presidi, attraverso il sistema dell’avio-
          lancio, risolvendo il grave problema logistico causato dall’assoluta mancanza d’infra-
          strutture.
             Il Maresciallo Pietro Badoglio ebbe modo di esaltare il ruolo dell’Arma Azzurra,
          inquadrandola in un contesto aeroterrestre, e proponendo una visione interforze della
          condotta delle operazioni: “L’aviazione è stata presente in tutte le fasi della guerra ed
          in ogni fase di ogni singola battaglia. In mancanza dell’aviazione nemica, era assoluta
          padrona del cielo. Era l’arma dell’avvenire e renderà sempre di più ed in campi sempre
          nuovi. Ma tanto più renderà quanto più strettamente agirà in coordinamento con l’e-
          sercito. L’una e l’altro non potranno mai più, da soli, fare la guerra”. Purtroppo questo
          tipo di impostazione non sarebbe stato adeguatamente sviluppato al di fuori dell’ambito
          coloniale, e di lì a qualche anno il rendimento dello strumento militare italiano sarebbe
          stato fortemente condizionato proprio dalla mancanza di un approccio interforze.
             Va considerato, infatti, che la cooperazione in colonia fra aeronautica ed esercito, in
          un contesto di guerra di movimento, funzionò molto bene, anche perché il Comando era
          unificato e si basava su un sistema di comunicazioni molto attivo. Lo schema proposto
          in Libia, negli anni Venti, venne perfezionato in Etiopia alla fine degli anni Trenta, ma
          purtroppo non venne perseguito durante la Seconda Guerra Mondiale, forse anche per-
          ché in netto contrasto con le moderne teorie d’indipendenza della Regia Aeronautica che
          rigettavano l’idea dell’arma vista come “appendice” dell’Esercito. Il generale di squadra
          aerea Francesco Pricolo, Capo di Stato Maggiore della Regia Aeronautica tra il 1939 e
          il 1941, era infatti di questa idea: essa non poteva essere snaturata al servizio delle forze
          di terra; mentre di opposto parere rimaneva il generale Vincenzo Lioy che aveva colto la
          particolarità unica dell’aerocooperazione nelle small wars africane. Certo, ad impedire
          che l’esperienza coloniale desse i suoi frutti anche nella Seconda Guerra Mondiale non
          fu solo il pensiero diffuso in quegli anni, ma anche la totale mancanza di un adegua-
          mento di risorse e mezzi alle esigenze del momento per cui, ad esempio, velivoli come i
          Caproni che in colonia avevano fatto la storia, in quel nuovo contesto di conflitto rego-
          lare combattuto tra potenze moderne risultarono completamente inadeguati, così come
          inadeguata risultò la gestione del potere aereo.
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