Page 257 - Le Operazioni Interforze e Multinazionali nella Storia Militare - ACTA Tomo II
P. 257

897
          ActA
                                                                     34
          anni di Harold Macmillan e John F. Kennedy, inseguiva vanamente .
          3.  L’eredità strategica
             A distanza di trent’anni dalle elezioni del 1983 è opportuno riflettere sull’impatto che
          la guerra delle Falklands ha avuto e ha ancora oggi sui britannici. Anzitutto, il fatto che
          recentemente la Gran Bretagna sia stata classificata, al fianco degli Stati Uniti, come uno
                                    35
          dei «Paesi più figli di Marte»  vede le sue radici proprio nella vittoria del 1982. Anche
          un osservatore assai critico come il ‘progressista’ Anthony Barnett ha riconosciuto, sep-
          pur in chiave negativa, l’influenza della vittoria delle Falklands sulle operazioni militari
          britanniche post-1982:

             le Falklands devono essere lette come l’inizio di un nuovo tipo di militarismo.
             [...] La Sindrome [sic!] delle Falklands è ormai una norma, un testimone con cui
             ogni Primo Ministro deve correre. [... Nelle sue memorie, la Thatcher ha scritto
             che] “Quando sono diventata Primo Ministro non avrei mai pensato di dover or-
             dinare alle truppe britanniche di combattere”. La Thatcher non prevedeva di dare
             tale ordine. John Major ha ereditato da lei la necessità di farlo, dato che le truppe
             britanniche erano già state designate per andare in Kuwait nel 1991. E Tony Blair
             non vedeva l’ora di avere una simile prospettiva. Oggi, David Cameron è a suo
             agio nel dare tali ordini; che sono diventati una ‘parte del lavoro’. 36


             Infatti, come ha ricordato più equilibratamente The Economist in occasione del tren-
          tesimo anniversario della guerra, essa

             è stata la prima di una serie di brevi, nette, guerre di proiezione che la Gran Breta-
             gna avrebbe combattuto: in seguito giunsero la prima guerra del Golfo, il Kosovo
             e l’intervento in Sierra Leone. Consapevolmente o meno, il trionfo nell’Atlan-
             tico del Sud può aver influenzato l’appetito britannico per simili impegni. Tale
             periodo si è [però] concluso in Afghanistan e in Iraq, missioni che hanno visto il
             coinvolgimento di sfuggenti avversari, cambiando le logiche [del conflitto] e, con
             delusione, dai risultati incerti. 37

             In effetti, a causa di oltre dieci anni di guerre in Medio Oriente, la dimensione stra-
          tegica del ‘Fattore Falklands’ – nello specifico, il rapporto tra efficacia/vittoria militare
          e prestigio politico – ha ricevuto un importante contraccolpo, che ha messo in crisi quel
          sostegno alle operazioni all’estero (ri)nato nel 1982, che ebbe il merito di lasciarsi defi-
          34  Cfr. reynolds, cit., cap. X. Anche nel processo di integrazione europea la Thatcher riuscì ricoprire un ruolo di
             primo piano, ottenendo importanti concessioni a difesa di ciò che aveva identificato come interesse nazionale
             britannico e, più in generale, contrapponendo con vigore e credibilità all’idea di una ‘patria europea’ quella
             gaullista di una ‘Europa delle patrie’.
          35  M. de leonardis, La NATO tra globalizzazione e perdita di centralità, Centro Militare di Studi Strategici,
             Roma, 2009, p. 118
          36  a. barneTT, Iron Britannia. Time to Take the Great out of Britain, Faber Finds, Londra, 2012, introduzione
             alla II ed.
          37  The economisT, 31 marzo 2012, anche online: <http://www.economist.com/node/21551493>
   252   253   254   255   256   257   258   259   260   261   262