Page 401 - Le Operazioni Interforze e Multinazionali nella Storia Militare - ACTA Tomo II
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le quali finirono col creare un vero e proprio mito a riguardo. Una costruzione inserita
appieno nel tentativo fascista di appropriarsi di parte dell’identità marittima italiana,
risvegliando le tradizioni apparentemente sopite degli italiani come popolo dalle innate
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virtù marinare .
1. Un’arma pericolosa e tragica
Le vicende dei sommergibili italiani nella Grande Guerra non avrebbero potuto sug-
gerire l’immensa importanza alla quale quest’arma sarebbe assurta nel primo dopoguer-
ra per la Regia Marina. Nel corso delle ostilità i sommergibili italiani, in stridente con-
trasto con quelli tedeschi e austriaci, non furono capaci di gloriose imprese.
L’Italia al momento dell’entrata in guerra disponeva di 20 unità subacquee, una per-
centuale sull’organico della flotta del 12,73%, simile a quella della Royal Navy nell’a-
gosto 1914 (12,3%) , la flotta che all’epoca stava investendo le maggiori risorse nella
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costruzione di sommergibili . Durante la guerra, le unità subacquee svolsero 4.216 mis-
sioni per 800.000 miglia percorse, pari al 4,9% dell’attività della marina . Nonostante
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l’intensa attività svolta, i successi furono molto limitati: le unità italiane non affondaro-
no nessuna unità di grandi dimensioni e passò oltre un anno prima che affondassero il
piccolo piroscafo austriaco Albanien. Solo nell’agosto 1916, il sommergibile Salpa col-
pì, ma senza affondarla, una nave da guerra: il cacciatorpediniere Magnet. La situazione
non migliorò nemmeno nell’ultimo periodo della guerra, quando si tentò di utilizzare i
battelli per intercettare i sommergibili tedeschi impegnati nel Mediterraneo, in quanto
i risultati furono nulli. La guerra terminò con un generale insuccesso e 8 sommergibili
persi: questo rapporto costo-efficienza inizialmente ebbe un impatto enorme sull’imma-
gine del sommergibile nel pubblico italiano .
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I veri protagonisti della guerra in Adriatico furono gli equipaggi dei MAS e gli avia-
tori degli idrovolanti della Regia Marina, su cui si concentrò l’attenzione delle pubblica-
zioni per il grande pubblico, mentre la memoria dei sommergibili fu marginale e tardiva.
Oltre a volumetti di divulgazione tecnica , tra i primi esempi di letteratura sui sommer-
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gibilisti dedicati alla guerra mondiale ricordiamo l’autobiografia dell’Ammiraglio Fa-
langola (1933), diventato poi comandante di Maricosom (il Comando della flotta som-
mergibili della Regia Marina) che raccontava la sua esperienza di comandante dell’unità
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F.7 durante la guerra mondiale . Un secondo esempio di autobiografia, inserito peraltro
nella stessa collana editoriale, era di Giotto Maraghini, dedicato alla sua esperienza sul
7 Paolo Frascani, Il Mare, Il Mulino, Bologna 2008, pp. 125-137.
8 Dati da: Gray Randall, Conway’s all the world fighting ships 1906-1921, Conway, London 1985, p. 5; Paul
Halpern, La grande guerra nel Mediterraneo Vol. I 1914-1916, LEG. Gorizia 2009, pp. 53-53
9 Nicholas A. Lambert, Admiral John Fisher and the concept of Flottilla Defence (1904 – 1909), In: The Journal
of Military History, Vol. 59, No. 4 (Oct., 1995), pp. 639-660.
10 Guido Po, La guerra marittima dell’Italia, Corbaccio, Milano 1934, p. 371
11 Alessandro Turrini, Ottorino Miozzi, Manuel Minuto, Sommergibili e mezzi d’assalto italiani, Vol. I, USMM,
Roma 2010, pp. 118-121; Giorgio Giorgerini, Uomini sul fondo, storia del sommergibilismo italiano dalle
origini ai giorni nostri, Mondadori, Milano 1994, pp. 50-56.
12 Leandro Gugliemotti, Il sommergibile spiegato al popolo, Libreria del Littorio, Roma 1928.
13 Mario Falangola, Il sommergibile F.7, Ardita, Roma 1933.

