Page 439 - Le Operazioni Interforze e Multinazionali nella Storia Militare - ACTA Tomo II
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accesso allo spazio. Il presidente americano Johnson, in un messaggio indirizzato per
l’occasione al popolo italiano, rimarcò che era la prima volta che un gruppo di lancio
di nazione diversa dagli Stati Uniti d’America o dall’Unione Sovietica era riuscito a
mettere un proprio satellite in orbita. Per l’Italia era il primo Natale spaziale.
L’anno successivo Fanfani ricevette la conferma politica del successo del San Marco
quando, in un incontro del gennaio 1965, dopo aver fatto concludere il Presidente De
Gaulle che stava enfaticamente spiegando come la Francia avesse in preparazione il
lancio di un satellite scientifico, esibendo il piano come un primato europeo, lo lasciò
di stucco dicendogli che l’Italia lo aveva fatto poche settimane prima e che gli augurava
altrettanta fortuna.
Un altro appuntamento importante, soprattutto per la sentita religiosità di Broglio, fu
il 29 aprile 1965, quando Papa Paolo VI ricevette con un’udienza particolare in Vaticano
tutti gli uomini del San Marco, complimentandosi e benedicendo il progetto.
Tra la fine del 1966 e l’inizio del 1967 le piattaforme erano pronte alla realizzazione
della terza ed ultima fase dell’accordo con la nasa; il lancio del satellite San Marco
dalla base italiana di Malindi. L’8 marzo 1967 una nave americana attraccava alla San
Marco scaricando i vari stadi del razzo vettore Scout, mentre da Roma, con un aereo
dell’aeronautica militare, giungeva il Satellite San Marco 2.
Il 26 aprile 1967, alle 11.06 ora italiana, di fronte a tecnici della nasa e della ltv,
la società produttrice dello Scout, il razzo portava il San Marco 2 nello spazio, primo
satellite al mondo ad essere lanciato da una base non sovietica né americana.
Paradossalmente, però, la perfetta conclusione di un’impresa che sembrava impossibile
segnava l’inizio, in sordina, di una serie di difficoltà che determineranno la crisi e poi
addirittura la conclusione del progetto San Marco.
Tra il 1967 ed il 1970 ci fu un vero e proprio black-out caratterizzato dalla mancanza di
finanziamenti, da azioni dirette contro il Progetto e da casualità negative avverse allo stesso
Broglio.
Nel 1967, il Progetto San Marco passò direttamente sotto il controllo dell’Università di
Roma. In questo modo, Broglio si trovò a dirigere in toto il Progetto e questo fece aumentare
le invidie già esistenti: si intensificarono le iniziative per ostacolare il Progetto con il pieno
appoggio di alcuni politici, in particolar modo del Partito Socialdemocratico che, nella prima
metà degli anni sessanta, era già stato protagonista degli attacchi e della crisi del Comitato
nazionale per l’energia nucleare, culminata nel processo al suo segretario generale Felice
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Ippolito . Un esempio su tutti, fra le tante iniziative contro il progetto, ci fu un’inchiesta
17 L’arresto di Felice Ippolito e la sua successiva condanna a una pena pesantissima fecero scalpore in una
Italia ancora poco assuefatta agli scandali politico-finanziari. Ippolito non era un tecnico qualsiasi: era uno
scienziato di fama, presidente del Cnen (ora Enea), principale promotore dell’energia nucleare in Italia, ed
era anche uno degli intellettuali di punta del centro-sinistra, da poco coalizione di governo. Con l’arresto
di Ippolito fu bloccato irrimediabilmente lo sviluppo di un settore, quello dell’energia nucleare, che allora
vedeva l’Italia all’avanguardia, anche per merito di Ippolito. In una logica ambientalista, e alla luce dell’esito
del referendum dell’87 si potrebbe affermare che fu un bene. Guardando al contesto di allora, però, si può dire
che fu un’occasione mancata. E che a determinare quell’episodio non fu tanto una sensibilità ambientalista
che allora non c’era, quanto le pressioni di interessi politici ed economici (soprattutto petroliferi) contrari allo
sviluppo del nucleare. RaiStoria.it

