Page 527 - Le Operazioni Interforze e Multinazionali nella Storia Militare - ACTA Tomo II
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          ActA
          Prof. mariano gABRIElE





                  a guerra civile americana. Le ragioni e i protagonisti del primo conflitto indu-
          “L striale” non è solo l’ultima opera di Raimondo Luraghi, ma anche una sorta di
          testamento scientifico volto a ripensare un’ultima volta quella vicenda storica.
             Il volume si apre con una dotta e completa rassegna critica della storiografia, giudicata
          nel complesso ancora insoddisfacente, malgrado i grandi meriti della ricerca che ha
          suscitato. La inficia il sopravvivere di leggende – come la pretesa società idilliaca del
          Sud o la schiavitù assunta ad unica causa morale del conflitto – insieme a rigurgiti di
          vittimismo e di miti – la “causa perduta”, la negazione della vittoria nordista – o ancora
          la tentazione del politicamente corretto.
             Dopo l’indipendenza, per molto tempo la classe dirigente degli Stati Uniti provenne
          in gran parte dall’aristocrazia meridionale, una piccola minoranza della popolazione
          bianca che aveva come base sociale la schiavitù e l’agricoltura, poi il cotone, l’elemento
          centrale quasi esclusivo dell’economia. Era una società di ottimati, che aveva principi
          specifici di vita e di etica. Ma venne la rivoluzione industriale, e al Nord esplosero nuove
          classi sociali, gli imprenditori e i salariati, non ancora contrapposti tra loro. Una grande
          estensione delle ferrovie e del telegrafo e un imponente afflusso migratorio dall’Europa
          contribuirono alla crescita impetuosa dell’industria e alla modernizzazione di una nuova
          agricoltura meccanizzata, l’una e l’altra in un quadro di produttività crescente. Fermo e
          immobile rimase invece il Sud – dove gli immigrati non si diressero presumendosi esclusi
          dalla presenza degli schiavi – e nell’Unione divenne rapidamente una minoranza, anche
          se piena di pretese e di illusioni. In entrambi questi due mondi si guardava con desiderio
          alle terre dell’Ovest, ma con motivazioni diverse: al Nord come valvola di scarico
          per le tensioni sociali conseguenti all’aumento della mano d’opera immigrata; al Sud,
          penalizzato dalla monocultura del cotone e dalla scarsa produttività della manodopera
          servile, per acquisire nuove terre da sfruttare coi vecchi metodi. L’orgoglio aristocratico
          e l’incapacità di concepire una società diversa spinsero il Sud a chiudersi in sé stesso e
          a lasciarsi trascinare da un’ondata emotiva che portò la secessione e la guerra. Eppure la
          struttura sociale era composta per il 75% da non proprietari di schiavi, ma il rimanente
          25% monopolizzava la guida politica, sociale e culturale. Era vero quanto disse John
          Calhoun in Senato: “Da noi le due grandi divisioni sociali non sono tra il ricco e il povero,
          ma tra il bianco e il nero; e tutti i componenti del primo gruppo, il povero come il ricco,
          appartengono alla classe alta e sono rispettati e trattati da eguali”. Nella società feudale
          il cavaliere, anche se povero, rappresentava il ceto dominante e aveva diritto ad onore
          e rispetto, a differenza del borghese, il quale, anche se ricco, apparteneva alla classe
          più bassa. C’erano stato in Ispagna gli “hidalgos” (hijos de algo, figli di qualcuno), ma
          da più di due secoli Cervantes aveva trascinato nel ridicolo la figura del nobile borioso
          e pezzente. Non così nel Sud degli Stati Uniti, dove il carattere fiero e orgoglioso del
          popolo bianco ne alimentava la convinzione di possedere doti marziali sconosciute ai vili
          bottegai e meccanici del Nord: lo stesso presidente della Confederazione secessionista
          disse all’inviato del “Times” che i sudisti erano un “popolo militare”.
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